CAVEDANI CON LA MOSCHERA

CAVEDANI CON LA MOSCHERA Son bastate tre o quattro giornate di sole e nella nostra Calabria si respira già l’aria della primavera. Improvvisamente nei nostri fiumi sono iniziate le schiuse […]

CAVEDANI CON LA MOSCHERA

Son bastate tre o quattro giornate di sole e nella nostra Calabria si respira già l’aria della primavera. Improvvisamente nei nostri fiumi sono iniziate le schiuse di insetti e gli “amici” cavedani sono entrati in frenetica attività.
Voglio descrivervi una tecnica, oggi un po’ in disuso, ma ancora praticata dalle nostre parti e precisamente sul fiume Esaro, che, in territorio di Spezzano Albanese, si unisce al Coscile per poi sfociare nel Crati. La tecnica molto valida che assicura momenti di grandissimo divertimento è la moschera.

L’ ATTREZZATURA

La canna varia tra i 3 e i 3,60 metri. Deve essere molto leggera e maneggevole per non stancare il braccio, flessibile per ammortizzare gli strappi del pesce ed al tempo stesso rapidissima sulla ferrata e potente, per lanciare anche più di 20 grammi di peso. Le canne più tradizionali e <<specifiche>> sono le canne in tre pezzi , in carbonio o in fibra mista, dotate di una lunga impugnatura in sughero per il lancio a due mani.
Il mulinello sarà leggero e dotato di una buona frizione. Sulle due bobine caricheremo uno 0,16 o uno 0,20 da scegliere secondo il peso da lanciare e la distanza da raggiungere.
Un altro attrezzo caratteristico di questa pesca è il galleggiante, che ha anche la funzione di zavorra.
Si ottiene infatti dall’unione di un corpo galleggiante, colorato in modo da essere ben visibile a distanza, e di piombo che serve a lanciare la catena di esche. In luogo del galleggiante piombato si potrà usare un bulbo in plastica da riempire d’acqua fino a raggiungere il peso desiderato. Il suo vantaggio è quello di essere trasparente, e quinti poco visibile ai pesci.

I LUOGHI

I cavedani più grossi prediligono le larghe piane profonde. Sul far della sera, si spostano spesso al termine della lama o del ghiareto, dove il fondale si abbassa e la corrente riprende velocità. Queste posizioni sono le preferite perché è qui che la corrente convoglia tutto il cibo trasportato a valle, insetti compresi. Oltre ai cavedani, la moschera è adatta anche alla cattura di trote che preferiscono i raschi e i correntini con acqua più ossigenata.

LA TECNICA

La moschera è una tipica tecnica di movimento che richiede frequenti spostamenti lungo il corso d’acqua. La precisione di lancio è importante ma non tanto da risultare determinante, poiché è possibile guidare la lenza che scende con la corrente nel punto esatto in cui si è vista la bollata o si presume la presenza del pesce.
La canna va tenuta piuttosto alta, col filo in leggera tensione, facendo una sorta di passata verso valle che si conclude quando le mosche dragano vistosamente o si allontanano troppo dal controllo del pescatore.
Qualche volta può essere produttivo frenare leggermente la lenza per provocare i pesci. L’abboccata si segnala con una bollata a pelo d’acqua e con uno strappo sulla canna, cui bisogna rispondere con una ferrata secca e delicata allo stesso tempo.

LA LENZA

Il galleggiante piombato serve a trascinare a largo un finale che può essere a una o tre imitazioni per il torrente, mentre nel caso del fiume più grande, si usano quasi sempre cinque mosche.
Il diametro della trave sarà tanto più fine quanto più lenta e piatta sarà la superficie dell’acqua, senza scendere sotto lo 0,15.
Le esche vanno collocate a circa 35-40 cm l’una dall’altra grazie a speciali nodi che possono essere riaperti per sostituire la mosca. (vedi figura) Lo spezzone di filo collegato indissolubilmente all’artificiale, non è mai più lungo di qualche centimetro.
In questa pesca, un piccolo accessorio da non dimenticare è la girella, che deve neutralizzare la torsione esercitata sul filo dal galleggiante piombato, nelle sue evoluzioni sull’acqua. Ne piazzeremo una come giunzione fra la lenza e il galleggiante stesso e una fra il finale e il nylon che esce dal mulinello.

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