PESCA AL CEFALO DALLA BARCA

PESCA AL CEFALO DALLA BARCA È pur vero che in mare, data la vastità dell’ambiente, la resa dei vari sistemi di pesca verso una certa specie varia molto da luogo […]

PESCA AL CEFALO DALLA BARCA

È pur vero che in mare, data la vastità dell’ambiente, la resa dei vari sistemi di pesca verso una certa specie varia molto da luogo a luogo; tuttavia, esistono sempre i cosiddetti sistemi “classici”, ovvero quelli che sfruttano le principali abitudini comportamentali di quella determinata specie. Vita in branco e ricerca di cibo in branco hanno indotto l’uomo a inventare due sistemi di pesca particolari verso il cefalo, l’uno che lo insidia presso il fondo e l’altro che lo inganna in superficie. Quindi descriverò due circostanze di pesca.

• Caso a. Branchi di grossi cefali fermi in una determinata zona e presso il fondo, oppure a mezza profondità. Nei mesi di luglio e agosto, o comunque nella stagione più calda, grossi branchi di cefali possono per esempio trovarsi sotto quei giganti del mare che trasportano petrolio o altro e che restano ancorati per molto tempo in un certo punto di un porto. Lì sotto questi pesci trovano probabilmente un riparo dall’eccessiva temperatura delle acque in questa stagione. Inoltre vi stanno bene perché vi è cibo: microscopici animaletti possono avervi trovato un habitat adatto, soprattutto in questi mesi caldi. È opportuno sistemarci con il nostro natante nei pressi di tale nave e ormeggiare in modo tale che il vento ci mantenga a pochi metri da un suo fianco, possibilmente verso poppa.

Il nylon dei nostri terminali deve essere molto robusto poiché, generalmente, le prede hanno un peso di 1/2 kg 1 kg e oltre. Il cefalo è un combattente eccezionale che va tirato a bordo di forza; sarebbe assurdo pretendere di stancarlo, di qualunque taglia esso sia. Lo 0,40 può fare al caso nostro. Invece il terminale che porta legati  tre ami può essere uno 0,30 di marca  buona, nella lunghezza di 160-170 cm.
Ora desidero spiegare lo scopo dei tre ami singoli in sostituzione dell’ancorotto a tre o quattro punte. Si usano tre (o quattro) ami singoli per grosse catture poiché quando un grosso pesce viene ferrato e tenuto da una o due punte che hanno i gambi fra loro disuniti e quindi liberi di ruotare, assecondando le evoluzioni compiute dal pesce, è scongiurato il pericolo che il ferro si storca e quindi che la preda si liberi. Per costruire il terminale a tre ami procediamo nel modo seguente. Prepariamo tre spezzoni che recano ciascuno, legato, un amo a gambo normale, diritto, forgiato n. 1 o n. 2.

I tre ami devono essere della stessa misura. Due spezzoni possono essere lunghi circa 20 cm ciascuno, mentre il terzo deve essere lungo almeno 40 cm. Mantenendo i tre ami affiancati e allo stesso livello (altezza), si fa un nodo a quattro giri che comprenda i tre nylon e quindi tale da fissare tutti gli ami a uno stesso livello e che rimanga discosto dalle palettine degli ami non più di un cm.

Tagliamo subito sopra al nodo i due spezzoni più corti; conserviamo quello più lungo. Un’oliva scorrevole va fermata a circa 25 cm dagli ami mediante l’applicazione sul nylon di due o tre piombini sferici spaccati.  Possiamo fissare il terminale alla lenza madre mediante l’unione (a bocca di lupo) di due asole, l’una sulla lenza madre e l’altra sul terminale.

Pasturare durante la pesca è utilissimo. Possiamo servirci di un secchio cilindrico in lamiera cui fissiamo due cordini di colore diverso, uno sul bordo superiore e l’altro sul fondo. Riempiamo il secchio di pane bene ammollato e successivamente strizzato; copriamo la pastura con ghiaia. Caliamo il secchio sul fondo mediante la corda che lo tiene superiormente e poi rovesciamo il contenuto del secchio sul fondo, azionando l’altra corda con la quale, infine, lo recuperiamo.

Occorre avere una buona quantità di impasto di pane e formaggio, che costituisce l’esca. Si prepara così: dopo avere ammollato in acqua pane secco, lo strizziamo bene, magari servendoci di un panno pulito. Aggiungiamo formaggio sardo o in alternativa pecorino grattato nella quantità maggiore possibile. In omaggio al risparmio possiamo aggiungere solo tre o quattro cucchiaiate di formaggio e, al fine di ottenere una certa consistenza, un po’ di pane grattato. Può giovare anche la polpa di alcune sardine, oppure una modestissima quantità di aglio pestato; quindi amalgamiamo bene il tutto impastando con energia.
Prima di innescare dobbiamo disporre correttamente gli ami.
Servendoci di pollice, indice e medio disponiamo ad eguale distanza fra loro le tre punte degli ami; indi passiamo all’innesco. Si confeziona sui tre ami una grossa pera di impasto, tale da coprirne totalmente il ferro. Caliamo in mare una lenza innescata e subito misuriamo la profondità. Infine facciamo sul nylon una piccola asola, tale che, appoggiata all’asticciola di acciaio armonico1, mantenga l’esca discosta dal fondo circa 10 cm. Nello stesso modo ci si regola per la seconda lenza. Non resta che stare pronti ad afferrare l’una o l’altra lenza ai primi segni di toccata.
Poiché è essenziale che i tre ami si “aprano” istantaneamente quando “diamo l’incoccio” (agli effetti di allamare il pesce), è necessario che questo movimento sia estremamente secco e improvviso.
L’abboccata del cefalo si manifesta con un tremolio della sbarretta di acciaio, il quale a sua volta termina con due
o tre oscillazioni di maggiore rilievo: si ferra su queste ultime. Il recupero deve avvenire di forza, senza interruzioni di alcun genere qualunque sia la taglia del pesce. L’orario di pesca può estendersi all’intera giornata, fermo restando che risultati sicuri si hanno sempre dalle undici alle quindici circa.

• Caso b. Grossi cefali che si aggirano presso la superfìcie: la pesca con i nattelli.
A parte la pesca di superficie mediante l’ausilio della canna, che si può praticare anche dalla barca, esiste un sistema di pesca (che in zona adatta può rendere numerose catture) del tutto particolare, consentito dalle leggi anche al dilettante. È la pesca con i nattelli, che consiste nell’abbandonare alle correnti di superficie più galleggianti portanti ciascuno esca e ami. Il pesce tenta di addentare l’esca (pane) e rimane ferrato da uno o più ami liberi. Il nattello costruito dal pescatore è generalmente in sughero e può avere uno spessore di 5 cm e un diametro di 10 o 11 cm.

Lungo il perimetro esterno, nel centro, si pratica una scanalatura destinata ad accogliere un cordino robusto o del nylon 0,50 o 0,60 strettamente legato. Da questo cordino o nylon devono pendere cinque o sei spezzoni (nylon 0,30) lunghi 12-13 cm ciascuno e portanti rispettivamente un amo. Consiglio un amo in ferro sottile, chiaro, dal gambo normale, diritto. Come numero può essere un 6 o un 7.
Esistono in commercio nattelli in plastica, che portano lateralmente dei fori ai quali devono essere legati gli spezzoni con gli ami.

Alcuni innescano pillole di impasto oppure pezzetti di pane direttamente sugli ami; altri legano mezzo panino sotto il nattello e lasciano gli ami liberi, privi di esca. Legando il mezzo panino sotto il nattello (una legatura incrociata, che deve comprendere il nattello medesimo), conviene fare in modo che l’interno del panino, ovvero la mollica, penda verso il basso poiché le briciole che se ne distaccano continuamente allettano ancor più il cefalo. Mio personale consiglio è quello di propendere verso quest’ultimo tipo di innesco, che ci permetterà di raccogliere con il guadino cefali allamati in punti esterni alla bocca.

Nattello di costruzione artigianale “armato” per la pesca al cefalo. Si noti il pane legato (legature incrociate) con spago al nattello: la crosta è rivolta verso il sughero e la mollica verso gli ami; inoltre, dal nylon, avvolto intorno al nattello in un’apposita scanalatura, si dipartono cinque braccioli

Dopo esserci recati in un luogo adatto, notoriamente frequentato da cefali che vagano in superficie, inneschiamo una decina di nattelli, indi li posiamo sulla superficie dell’acqua l’uno di seguito all’altro. I nattelli devono essere costantemente controllati a vista, anche se a una certa distanza per non allarmare il pesce. Quando più nattelli hanno cominciato ad affondare, possiamo avvicinarci lentamente, sui remi, per raccogliere con il salaio i primi esemplari (a volte sono necessari lunghi e divertenti inseguimenti). Questo sistema di pesca è indicato anche per l’occhiata.
In luoghi frequentati da cefali molto grossi è bene adottare qualche precauzione per evitare di perdere il nattello e il pesce, qualora quest’ultimo abbia l’energia di portarsi via il sughero senza più riaffiorare. Dunque possiamo munire il nattello di un perno in legno, che passi per il suo centro e sporga dalla sua parte superiore di circa 5 cm. Tale perno va a infilarsi in un foro centrale di un nattello più piccolo, rotondo, attorno al quale sono avvolti alcuni metri di nylon (metraggio in relazione alla profondità). Un’estremità del nylon è fissata al nattellino e l’altra al nattello. Quando il nattello grosso affonda, vediamo, invece, il piccolo sfilarsi dal perno e restare a galla: dal nattello piccolo, grazie al nylon, si può giungere al nattello grosso e quindi anche al pesce.

PESCA AL CEFALO DALLA BARCA

Con l’aiuto della canna è possibile pescare cefali a tutte le profondità; è possibile impiegare alcuni tipi particolari di esche mentre altri (per esempio l’interno del mitile)lasciano indifferenti gli appartenenti a questa razza. Le esche maggiormente adoperate sono: il pane o pane francese, l’impasto di pane e formaggio, la polpa di sardina o di acciuga, la tremolina, la larva di mosca. In questo caso a particolarità di esca corrisponde anche una particolarità della tecnica volta per volta impiegata (requisiti particolari della canna, del galleggiante, della piombatura, ecc..
Nei mesi estivi si può avere un ottimo rendimento di tutte le esche cui ho accennato, sia pescando nei porti o nelle insenature, sia pescando da scogliere sul mare aperto. In estate il pane in genere è indicato per insidiare grossi esemplari in superficie, mentre in inverno può rendere presso il fondo. La polpa di sarda rende bene presso il fondo in qualsiasi stagione; le tremoline o altri vermi di mare possono essere impiegati nella pesca sul fondo con il piombo scorrevole, senza l’uso del galleggiante. Le larve di mosca rendono bene nella stagione calda, a mezza profondità o in superficie, previa pasturazione del luogo per più giorni consecutivi.

Per la maggior parte dei sistemi di pesca al cefalo consiglio l’impiego di canne totalmente rigide e al tempo stesso molto leggere (tipi al carbonio). Questo vale per azioni di pesca indirizzate verso catture di peso medio; se invece in quel particolare luogo gli esemplari catturabili sono tutti di grossa taglia, allora conviene usare canne più potenti e nervose, accompagnandole, altresì, con nylon e amo appena più sicuri. Misure intorno a 5 m sono utili adoperando il galleggiante sferico oppure affusolato; misure intorno a 4-4 e 1/2 m sono più indicate per la pesca sul fondo con il piombo scorrevole.
Soltanto per quanto riguarda la pesca con larve dì mosca conviene sempre servirci di canne flessibili, le quali meglio assecondano la toccata del cefalo su tale minuscola larva (che spesso deve innescarsi su amo piccolo).
E essenziale sapere qual è il tipo di galleggiante più indicato in relazione a una certa esca perché un pesce così “difficile” non addenta tutte le esche nello stesso modo. Per esempio verso gli impasti, verso la tremolina e la polpa di sardine o di acciughe si ha uno “smangiucchia-mento” molto rapido nel quale è di determinante importanza la notevole mobilità del labbro superiore: allora adopereremo il galleggiante sferico, che meglio evidenzia, con il suo tremolio, queste caratteristiche, e piccolissime toccate. Per quanto concerne il verme vi è da dire che dopo un velocissimo assaggio il cefalo è disposto a ingoiare tutto il boccone; dunque molti usano piccoli galleggianti affusolati, accompagnandoli con terminali in nylon molto sottile.

Se si usa il galleggiante sferico è opportuno (per una migliore visibilità) sceglierlo di colore nero; dovrà inoltre essere “brillante” se non peschiamo sulla spuma dell’onda, “opaco” quando siamo costretti a pescarvi o lo vogliamo. Il tremolìo del galleggiante rotondo termina sempre con due mosse più evidenti, più forti delle altre che sono seguite da un affondamento improvviso, rapido, di breve durata. Il momento migliore per ferrare cade proprio sulle due mosse di maggiore rilievo.

Ferrando un attimo dopo, molte volte non si allama il cefalo, conseguentemente è sempre meglio “anticipare” anziché ritardare la ferrata. Così facendo, molte volte si possono catturare i migliori esemplari di grossa taglia, che “toccano” debolmente (strano ma vero!). Affinché il galleggiante rotondo oscilli bene alla minima toccata, è altresì essenziale che la piombatura sia disposta in vicinanza dell’amo. In altre parole non vanno bene le piombature distribuite per 20, 30, 40 cm lungo il nylon. Queste potrebbero essere solo dannose, avendo un’azione ammortizzatrice nei confronti della toccata, quindi sminuendone le ripercussioni sul galleggiante. Consiglio piombature raggruppate in soli 3 cm di spazio a una distanza compresa tra 20-25 cm dall’amo. Il galleggiante sferico va bilanciato in modo tale che il peso della piombatura e quello dell’esca lo mantengano sommerso soltanto per metà; se affondasse di più, tutto il suo valore decadrebbe, almeno in azioni di pesca su un mare piatto. Invece quando il mare è mosso dobbiamo necessariamente ferrare sull’affondamento del galleggiante, non essendo materialmente possibile osservarne le oscillazioni. Mentre alcune esche vengono “assaporate”, ciò non accade per la larva di mosca; in questo caso si ha soltanto una fuga del pesce che trattiene il boccone. Perciò, quando inneschiamo larve di mosca è preferibile usare galleggianti affusolati, piccoli e leggeri.

IL RECUPERO A CANNA

Per riuscire a “salpare” un cefalo di rispettabile taglia non basta avere gli accorgimenti necessari per altri pesci (per esempio saraghi e orate). Durante il recupero dobbiamo sfruttare al massimo gli attimi di riposo che questo esemplare si concede tra una fuga e l’altra, recuperando nylon. Questo è l’unico sistema per avvicinarlo a noi in un tempo relativamente breve. Inoltre, dal momento che una resa assoluta non si ha neppure dopo un’ora, conviene cercare di salparlo non appena è a tiro. Serve perciò un buon guadino dal manico lungo e, possibilmente, anche un compagno che ci aiuti.