[CURIOSITA'] Forse non tutti sanno che.....

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Author Topic: [CURIOSITA'] Forse non tutti sanno che.....  (Read 46639 times)

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Reply #40 on: September 01, 2013, 02:34:02
Il viaggio segreto dello squalo balena



Il pesce più grande del mondo è un formidabile migratore, secondo i risultati di uno studio di localizzazione che ha mappato i lunghi viaggi intorno al Golfo del Messico e ai Caraibi di alcuni squali balena che si radunano, per nutrirsi, in una zona al largo della penisola dello Yucatan.

Anche una sola incredibile nuotata di uno squalo balena, di 7.200 chilometri, potrebbe contribuire a risolvere un mistero di lunga data: dove partoriscono gli squali balena? L'evento non è mai osservato da alcuno scienziato.

Il più ampio studio mai condotto sulle migrazioni dello squalo balena, che ha richiesto nove anni di rilevamenti, ha mostrato che le centinaia di animali delle dimensioni di uno scuola-bus che si riuniscono periodicamente in una zona ricca di plancton al largo della costa messicana arrivano da lontano.

Questo gigante gentile - che può raggiungere più di 12 metri di lunghezza e pesa in media 5 tonnellate - si nutre filtrando plancton, di piccoli pesci o uova.

È risaputo che gli squali balena si radunano per nutrirsi in una dozzina di luoghi privilegiati, dall'Australia occidentale all'Indonesia e al Belize. Ma tra maggio e settembre le acque dello stato messicano di Quintano Roo, nella parte nord-orientale della penisola dello Yucatan, attraggono un numero molto maggiore di animali rispetto ad altre zone: più di 800 esemplari in una sola stagione.

"Da questo punto in cui si alimentano, gli animali viaggiano su vaste aree della regione: nel Golfo del Messico, più a sud verso il Mar dei Caraibi, attraverso gli Stretti di Florida fino all'Oceano Atlantico aperto", spiega Robert Hueter, direttore del Center for Shark Research del Mote Marine Laboratory in Florida e tra gli autori dello studio. "Abbiamo scoperto animali che sono tornati per sei anni. Chiaramente ritornano per fare rifornimento di cibo per buona parte del resto dell'anno".

Questa disponibilità regolare di squali balena nel sito ha suggerito a Hueter, nel 2003, di iniziare ad accumulare dati applicando targhette agli animali e usando la localizzazione satellitare. Lo studio, portato avanti dal Mote Marine Lab e dalla Commissione Nazionale delle Aree Naturali Protette del Messico, è durato nove anni.

Secondo Mike Maslanka, direttore del Department of Nutrition Science allo Smithsonian's National Zoo di Washington, D. C., la quantità di tempo investito e i dati raccolti dagli studiosi sono eccezionali.

"Il lavoro che svolgiamo d'estate quando gli animali si ritrovano per mangiare fornisce soltanto 'un'istantanea' della vita di uno squalo balena", dice. "Questi sforzi di seguire gli animali nei loro spostamenti ci consentono invece di scoprire qualcosa in più su cosa accade negli altri momenti. Senza ricorrere a questo rilevamento non potremmo sapere nulla di quella parte della loro vita. È la cosa più bella di questa ricerca".

Maslanka aggiunge che "Queste creature sono così enormi che pensare che 'scompaiano' è a dir poco sorprendente. Si tratta del pesce più grande dell'oceano e non sappiamo dove si trovi per sei mesi all'anno".

Tra gli oltre 800 individui studiati, un animale in particolare si è distinto. Una femmina matura e presumibilmente gravida, soprannominata Rio Lady, è stata seguita nel corso di un'odissea di 7.800 chilometri, fino a quando, dopo cinque mesi di osservazione, la sua targhetta non si è staccata.

"Ha semplicemente continuato ad andare", dice Hueter. "Ha nuotato tra il Brasile e l'Africa, fino ad oltrepassare l'equatore, ed è lì che se ne sono perse le tracce".

Ma lo studio del suo viaggio e altre osservazioni di squali balena in quelle zone sperdute potrebbero aiutare a rispondere a una domanda che ha assillato gli studiosi di squali balena per anni: dove sono tutte le femmine? Nelle acque di Quintana Roo più del 70 per cento degli esemplari sono maschi, e anche in altri assembramenti nel mondo si osserva lo stesso sbilanciamento di genere.

"Non è possibile che una popolazione rimanga stabile con tutti quei maschi. È qualcosa che non si osserva in natura", dice Hueter. "Le femmine devono trovarsi da qualche parte, e crediamo che quelle gravide effettuino lunghe migrazioni verso il centro dell'oceano, vicino a montagne sottomarine o isole sperdute ... e che partoriscano lì", spiega Hueter. "Nelle zone costiere in cui si radunano per nutrirsi, per i piccoli - che appena nati sono lunghi meno di un metro - potrebbe essere più alto il rischio di essere predati".

"Riteniamo che l'ipotesi sia corretta, ma non è ancora stata verificata. Vedremo se questo accadrà nei prossimi anni", aggiunge lo studioso.

In natura sono stati osservati pochi squali balena molto giovani. Scoprire dove nascono questi animali, secondo Maslanka, rappresenta "il 'sacro graal' della biologia dello squalo balena".

Ma il punto non è semplicemente capire in quale o quali aree si trovino i piccoli. Di certo scoprirlo porterebbe a una comprensione migliore della biologia di base dello squalo balena, ancora lacunosa perché gran parte della vita di questi animali si svolge lontano dai nostri occhi.

"In una prospettiva di gestione dell'ecosistema, sarebbe importante assicurare che quell'area venisse tutelata, in modo che gli animali possano continuare a crescere indisturbati", conclude lo studioso.

Utilizzare questo tipo di ricerche per capire dove viaggino, si nutrano e si riproducano questi animali è la chiave per proteggere una specie sempre più amata non solo dagli ecoturisti.

"È il pesce più grande dell'oceano, ed è rappresentativo della salute di ecosistemi marini", dice Maslanka. "Potrebbe avere il ruolo di 'ambasciatore per la tutela degli oceani', specialmente nella striscia di mare intorno all'equatore".

Ma, come sottolineano alcuni ricercatori del gruppo di Huetere, la tutela di animali che viaggiano su così grandi distanze richiederà una cooperazione internazionale, perché la loro comparsa in una determinata zona potrebbe dipendere, in altre stagioni, da risorse che si trovano a molte centinaia di chilometri di distanza.

E anche se il loro accoppiamento rimane un mistero, studi genetici suggeriscono che lo scambio di geni tra squali balena avvenga tra animali che si spostano su vaste aree geografiche, e che esistano soltanto due grandi metapopolazioni: una nell'Atlantico e un'altra nell'Indo-Pacifico.

Ogni popolazione richiede una gestione su larga scala. L'intera specie è attualmente classificata come "vulnerabile" dalla Lista Rossa delle Specie Minacciate della International Union for Conservation of Nature (IUCN), e in alcune acque asiatiche viene ancora cacciata per le pinne e l'olio che se ne può ricavare.

Secondo Hueter ci sono buone possibilità che lo squalo balena possa essere protetto, con un processo che, nell'area da lui studiata, è già iniziato, grazie alla decisione del governo messicano di rendere le aree "di raduno" una Riserva della Biosfera dello Squalo Balena.

Bisogna fare ancora di più, sottolinea, ma la sopravvivenza di questa specie giustifica del tutto l'impegno necessario.

"Si tratta del pesce più grande che sia mai vissuto", dice Hueter, che lo definisce un animale "carismatico". "Non è pericoloso per le persone che amano osservarlo e nuotarci. Potrebbe essere il più grande animale del pianeta a cui è possibile avvicinarsi in natura senza correre alcun pericolo".

di Brian Handwerk per nationalgeographic.it
Fotografia di Mauricio Handler, National Geographic Stock
(La ricerca sullo squalo balena è stata finanziata parzialmente da una donazione della National Geographic Society).

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Reply #41 on: September 05, 2013, 01:07:52
Lo sguardo ingannevole del pesce damigella

Alcuni animali hanno macchie a forma di cerchi scuri circondati da un anello colorato, a simulare un'iride intorno a una pupilla, su diversi punti del corpo. Secondo uno studio condotto dall'ARC Centre of Excellence for Coral Reef Studies (CoECRS) e pubblicato di recente su Scientific Reports, la dimensione di questi "falsi occhi" - e dei veri occhi  -  di cui sono dotati i giovani pesci damigella della Grande Barriera Corallina australiana sarebbero condizionate dalla presenza o meno di predatori nelle prime fasi della vita.

I falsi occhi si trovano in diverse specie di pesci sia di mare che d'acqua dolce, oltre che in molti insetti terrestri, specialmente nei lepidotteri; di solito su parti del corpo non vitali. Anche se il loro significato evolutivo è ancora oggetto di dibattito, la loro diffusione in specie diverse spinge i biologi a ritenere che svolgano un ruolo importante per la sopravvivenza, deviando gli attacchi dei predatori verso parti del corpo meno importanti, o anche spaventandoli.

La funzione del "falso occhio" sulla pinna dorsale posteriore del pesce damigella di Ambon (Pomacentrus amboinensis) sarebbe proprio quella di trarre in inganno i predatori, inducendoli a sferrare il proprio attacco in direzione della coda piuttosto che della testa.

"Pensiamo che queste macchie portino il predatore ad avventarsi sull'estremità 'sbagliata' del pesce, lasciandogli la possibilità di scappare accelerando nella direzione opposta", spiega Oona Lönnstedt della James Cook University di Townsville, in Australia, tra gli autori dello studio, "e che riducano anche il rischio di ferite mortali alla testa".

In natura anche altre specie ricorrono a espedienti estetici simili per ottenere un risultato analogo. Per esempio, la colorazione scura dell'estremità della coda nelle donnole dalla coda lunga (Mustela frenata) bianche in ambienti innevati devia l'attacco dei falchi verso un punto "sbagliato".

Il nuovo studio ha indagato per la prima volta come l'esposizione continua ai predatori influenzi lo sviluppo dei falsi occhi dei pesci damigella e, più in generale, l'aspetto - lunghezza e spessore, dimensione del falso occhio e dell'occhio  -  e il comportamento di questi animali. Quindi le loro possibilità di sopravvivenza.



I giovani pesci damigella oggetto dello studio e alcuni esemplari del predatore Pseudochromis fuscus sono stati raccolti nei reef della parte settentrionale della Grande Barriera Corallina australiana intorno alla Stazione di Ricerca di Lizard Island per poi essere inseriti in una serie di vasche appositamente progettate: ognuna conteneva una sezione principale riservata al predatore, separata tramite una pellicola trasparente forata da comparti più piccoli, che ospitavano i pesci damigella.

In questo modo le prede, oltre che vedere il predatore, potevano sentirne l'odore. Per rendere l'ambiente il più possibile simile a quello naturale, inoltre, le vasche erano all'aperto e venivano irrorate di acqua dell'oceano.

Una procedura sperimentale analoga è stata poi ripetuta sostituendo però il pesce predatore con un pesce erbivoro (Amblygobius phalanea), per testare l'effetto di un'altra specie non predatrice, e lasciando crescere il pesce damigella isolato.

Monitorando il comportamento dei pesci con uno specchio sospeso su ogni vasca e tramite una rete immersa al suo interno - per quantificarne i movimenti contando il numero di volte che i pesci la attraversavano - i ricercatori hanno scoperto che l'esposizione a stimoli visivi e olfattivi del predatore modificava il comportamento delle prede rendendole più "caute": andavano meno in cerca di cibo, restavano più a lungo nei rifugi e, in generale, riducevano i propri livelli di attività.

Ma l'effetto non si limitava al comportamento. Dopo sei settimane di osservazione, infatti, i pesci avevano sviluppato falsi occhi più grandi rispetto a quelli dei compagni cresciuti in presenza del pesce erbivoro o in isolamento, mentre le dimensioni dei loro veri occhi si erano ridotte.

Inoltre i pesci "minacciati" avevano sviluppato un corpo più massiccio, caratteristica che, oltre a renderli meno semplici da ingerire, ne migliora velocità, accelerazione e manovrabilità.

Quando i giovani pesci damigella sono stati rilasciati in mare - ognuno in una colonia di corallo (Pocillopora damicornis) ben circoscritta  -  i biologi hanno osservato che la percentuale di sopravvivenza dei pesci che erano stati esposti ai predatori superava notevolmente quella degli altri, se si pensa che dopo 72 ore ne erano stati predati soltanto il 10%, contro il 60% dei pesci cresciuti con il pesce erbivoro o isolati.

Questo risultato, oltre a sottolineare l'importanza che può rivestire l'esperienza dei predatori nella prima fase della vita, "è una prova del fatto che la strategia del falso occhio funziona: aumenta davvero le possibilità di sopravvivenza dei giovani pesci", spiega Lönnstedt.

"E dimostra che anche un pesce molto giovane e lungo soltanto pochi millimetri è in grado di sviluppare una serie di strategie di sopravvivenza da sfoderare quando si sente minacciato", conclude la ricercatrice.

di Valentina Tudisca per nationalgeographic.it
Fotografia di Dave Fleetham/Design Pics/Corbis
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Reply #42 on: September 06, 2013, 02:03:21
La contaminazione da mercurio potrebbe essere più estesa del previsto: lo indica la scoperta che anche i microrganismi che vivono nell'oceano aperto, e non solo quelli delle coste, convertono il mercurio inorganico in una sostanza tossica che può essere assimilata dai pesci.
La scoperta, pubblicata sulla rivista Nature Geoscience, si deve al gruppo coordinato da Joel Blum, dell'università del Michigan, e chiarisce il mistero di come il mercurio contamini il pesce in mare aperto.
I dati indicano che la quantità di mercurio negli oceani aumenterà nei prossimi decenni e, nel Pacifico in particolare, potrebbe raddoppiare entro la metà del secolo.

I ricercatori mostrano che l'80% della forma tossica del mercurio presente nei pesci dell'Oceano Pacifico settentrionale, e chiamata metilmercurio, è prodotta nelle profondità oceanica dai batteri che si cibano di materia organica.
Per nutrirsi, i batteri scompongono la materia organica e trasformano il mercurio presente in essa nella forma tossica. Disciolto in acqua, il mercurio contamina la catena alimentare marina e arriva anche all'uomo, che lo assimila soprattutto consumando pesci di grossa taglia, come pesce spada e tonno.
Gli effetti sulla salute umana possono includere danni al sistema nervoso centrale, al cuore e al sistema immunitario. Ad essere particolarmente vulnerabile è il cervello in via di sviluppo nei feti e nei bambini.

E' noto da tempo che i grandi pesci predatori marini contengono alti livelli di metilmercurio, ma finora non era molto chiaro il perché. Ora si è scoperto che, nel determinare la quantità di mercurio tossico contenuto nei pesci, la profondità alla quale una specie si ciba è importante quasi quanto la sua posizione nella catena alimentare perché è al di sotto di 50 metri dalla superficie che è presente la maggior parte del mercurio tossico.

Scoprirlo è stato possibile analizzando campioni di tessuto prelevati da nove specie di pesci (fra cui tonno pinna gialla, tonnetto striato, pesce luna, pesce spada e il pesce lanterna) che si nutrono a diverse profondità e pescati in una regione vicino alle Hawaii. ''Abbiamo scoperto - osserva uno degli autori, Brian Popp, dell'università delle Hawaii - che i predatori che si nutrono a maggiori profondità, come il pesce luna e il pesce spada, hanno concentrazioni di mercurio più elevate di quelli che si nutrono nelle acque vicino alla superficie, come il tonno pinna gialla''.

fonte: ANSA
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Reply #43 on: September 25, 2013, 19:51:14
La ridistribuzione delle precipitazioni potrebbe fare inaridire Medio Oriente, West Usa ed Amazzonia

Secondo uno studio pubblicato dai ricercatori del Lamont-Doherty Earth Observatory della Columbia University su Proceedings of the National Academy of Sciences, «mentre gli esseri umani continuano a riscaldare il pianeta, uno spostamento verso nord delle ‘cinture’ di vento e pioggia della Terra potrebbe rendere una vasta banda di regioni più secche anche in Medio Oriente, West americano e Amazzonia, rendendo inoltre l’Asia monsonica e l’Africa equatoriale più umide».

Gli scienziati americani basano la loro previsione sul riscaldamento che ha fatto uscire il pianeta dall’ultima glaciazione, circa 15.000 anni fa. Con il riscaldamento dell’Oceano Atlantico settentrionale si cominciarono a sciogliere i ghiacci marini dell’Artico, creando contrasto di temperatura con il Sud del mondo, dove il ghiaccio marino si stava espandendo intorno all’Antartide.

Il gradiente di temperatura tra i poli sembra aver spinto la cintura tropicale della pioggia ed il jet stream delle medie latitudini nord, ridistribuendo l’acqua in due bande intorno al pianeta. Attualmente, con il ghiaccio marino artico di nuovo in regresso e l’emisfero settentrionale in riscaldamento più veloce di quello meridionale, la storia potrebbe ripetersi.

Secondo il principale autore dello studio, il climatologo Wallace Broecker, «se i tipi di cambiamenti che abbiamo visto durante la deglaciazione dovessero verificarsi oggi, avrebbero un impatto molto grande».

Confrontando i dati climatici raccolti da tutto il mondo, dagli anelli di crescita degli alberi, carote di ghiaccio polari, formazioni rupestri e sedimenti oceanici, Broecker ed il suo collega Aaron Putnam ipotizzano che le cinture di vento e pioggia si siono già spostate a nord circa 14.600 e 12.700 anni fa, mentre l’emisfero nord si stava scaldando.

Al margine meridionale della cintura tropicale della pioggia, il grande antico lago Tauca, nelle Ande boliviane si era quasi prosciugato, mentre i fiumi nel Brasile orientale erano diventati ruscelli e le stalagmiti nella stessa regione avevano smesso di crescere. Alle medie latitudini, lo spostamento del jet stream a nord potrebbe aver provocato la riduzione del lago Lisan, un precursore del Mar Morto nella Rift Valley giordana, insieme a diversi laghi preistorici negli Stati Uniti occidentali, compreso il lago Bonneville dell’odierno Utah.

Nel frattempo, uno spostamento verso nord delle piogge tropicali fece ingrossare i fiumi del Bacino Cariaco in Venezuela e dei laghi Vittoria e Tanganica nell’Africa orientale. Le Stalagmiti nelle grotte di Hulu, in Cina, diventarono più grandi ed anche le carote di ghiaccio trivellate in Groenlandia mostrano un rafforzamento del monsone asiatico durante lo stesso periodo.

Il team della Columbia University ha lavorato a ritroso, dal 1300 circa al 1850, ed ipotizza che un fenomeno simile si sia verificato nell’Europa settentrionale con la transizione dalla relativamente calda epoca medievale ad un periodo più freddo noto come la Piccola Età Glaciale. Con la circolazione oceanica e l’espansione del ghiaccio nel nord Atlantico, ci furono record climatici spettacolari.

Allo stesso tempo, le precipitazioni diminuirono nell’Asia monsonica, provocando una serie di siccità   che sono state collegate all’improvviso declino della civiltà Khmer in Cambogia, della dinastia Ming in Cina ed al crollo dei regni negli attuali Vietnam, Myanmar e Thailandia.

Nell’emisfero meridionale, la ricostruzione dell’estensione dei ghiacciai delle Alpi neozelandesi del suggerisce che le medie latitudini durante il medioevo potrebbero essere state più fredde, sostenendo l’idea di un contrasto di temperatura tra i due emisferi che ha alterato la circolazione di pioggia e venti.

I ricercatori del Lamont-Doherty Earth Observatory avvertono che «una migrazione simile delle cinture di vento e di pioggia della Terra avviene ogni anno. Durante l’estate boreale, la cintura di pioggia tropicale e la corrente a getto delle medie latitudini migrano a nord, mentre l’emisfero nord si riscalda in modo sproporzionato al sud, con i continenti che assorbono l’energia del sole. Mentre l’emisfero nord si raffredda in inverno, i venti e le piogge tornano a sud. A volte i venti e le piogge si sono riorganizzate per lunghi periodi di tempo. Negli anni ‘70 e ‘80, uno spostamento verso sud della fascia tropicale, attribuito a inquinamento dell’aria, con un raffreddamento dell’emisfero settentrionale, che si pensa abbia provocato la devastante siccità nella regione del Sahel in Africa».

La cintura tropicale della pioggia è poi ritornata al suo posto ma ora potrebbe essersi rispostata verso come suggerito da una serie di recenti siccità, anche in Siria, Cina settentrionale, West Usa e nord-est del Brasile.

Coerentemente con lo studio, almeno un modello climatico mostra lo spostamento della cintura di pioggia tropicale verso nord, mentre aumentano i livelli di CO2 e salgono le temperature. «E’ davvero importante guardare e dati paleo – Questi cambiamenti sono stati enormi, proprio come ci aspettiamo che avvenga con il global warming».

Il ricercatori della Colombia University riconoscono che le loro ipotesi hanno dei “buchi”: «In passato, i cambiamenti nella copertura del ghiaccio marino hanno condizionato il gradiente di temperatura tra i due emisferi, mentre oggi ne sono responsabili le emissioni industriali di carbonio in rapido aumento. Finora, non c’è inoltre alcuna prova evidente che la circolazione oceanica sia in aumento nel Nord Atlantico o che le piogge monsoniche dell’Asia si stiano rafforzando (anche se c’è una speculazione sul fatto che gli aerosol di solfati prodotti dalla combustione di combustibili fossili potrebbero mascherare questo effetto)».

Per Jeff Severinghaus, un climatologo della Scripps Institution of Oceanography, che non ha partecipato allo studio, ci potrebbe essere addirittura un effetto inaspettato: «Con il declino dell’inquinamento atmosferico nell’emisfero nord, le temperature potrebbero riscaldare, creare il tipo di contrasto di temperatura che potrebbe spostare i venti e le piogge di nuovo a nord. Gli aerosol di solfati probabilmente saranno  ripuliti nei prossimi decenni a causa dei loro effetti sulle piogge acide e la salute. Così Broecker e Putnam avranno probabilmente una solida base per prevedere se il riscaldamento del Nord finirà per superare notevolmente il riscaldamento del sud».

FONTE: greenreport.it
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Reply #44 on: September 25, 2013, 22:38:39
E' un grande 'vulcano di fango'



E' destinata d una vita breve e a scomparire in poche settimane, la piccola isola generata dal violento terremoto che il 24 settembre ha colpito il Pakistan. Ne sono convinti i sismologi, che escludono comunque un legame diretto fra il terremoto e l'affiorare dell'isolotto a forma di mezzaluna, lungo circa 200 metri, largo 100 e alto una ventina di metri.

''Si esclude che l'isola sia nata dalla deformazione causata dalla faglia a causa della grande distanza, di circa 500 chilometri'', osserva il sismologo Gianluca Valensise, dell'Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia (Ingv). ''Piuttosto - aggiunge - potrebbe essere un effetto indiretto del terremoto''. Quest'ultimo potrebbe avere generato pressioni elevate che avrebbero causato la liquefazione dei sedimenti sottomarini, che potrebbero essere emersi in superficie attraverso una frattura. Il fondale, poco profondo in quel punto, avrebbe fatto il resto.

Per i sismologi del Servizio di sorveglianza geologica degli Stati Uniti (Usgs) potrebbe essere un grande vulcano di fango, paragonabile a quelli, molto più piccoli, portati in superficie dal terremoto in Emilia Romagna del 2012. ''Sono fenomeni piuttosto simili, anche se su scala molto diversa'', osserva Valensise. Isole effimere generate dallo stesso meccanismo sono nate anche in passato, come quelle generate nel 1945 e nel 2001 dal terremoto di Makran, scomparse nell'arco di un anno. Vulcani di fango si sono formati inoltre nell'Azerbaijan nel 1902, in Mongolia nel 1957 e nel 2006), a Sumatra nel 2004.

Intanto, per studiare meglio il fenomeno, gli esperti sono in attesa delle prime immagini dell'isola prese dai satelliti, mentre i curiosi di tutto il mondo stanno già inviando dei tweet agli astronauti della Stazione Spaziale Internazionale nei quali chiedono se hanno già le prime foto dell'isola.

FONTE E FOTO: ANSA 25 settembre ore 19:00
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Reply #45 on: September 27, 2013, 21:39:23
Un team di ricercatori provenienti da Colombia, Canada, Usa e Guyana ha pubblicato su Zoologica Scripta lo studio “Akawaio penak, a new genus and species of Neotropical electric fish (Gymnotiformes, Hypopomidae) endemic to the upper Mazaruni River in the Guiana Shield” che rivela l’esistenza di un genere finora sconosciuto di pesci elettrici, individuato in una remota regione del Sud America.



Si tratta dell’Akawaio penak, un pesce elettrico sottile come un’anguilla, che è stato scoperto nelle acque basse e torbide del corso superiore del fiume Mazaruni, nord Guyana.

Il team guidato dal colombiano Javier Maldonado-Ocampo, della Pontificia Universidad Javeriana di Bogotá, e dal canadese Nathan R. Lovejoy dell’università di Toronto, ha analizzato campioni di tessuto raccolti nel corso di una recente spedizione di ricercatori guidati da Hernán López-Fernández, del Royal Ontario Museum di Toronto e, grazie al sequenziamento del Dna ed alla ricostruzione dell’albero evolutivo del pesce, ha scoperto che l’Akawaio penak è tanto distinto dalle altre specie da rappresentare un nuovo genere.

Il corso superiore del Mazaruni è un hotspot della biodiversità, ma è ancora in gran parte inesplorato causa della sua posizione remota. Nell’area scorrono numerosi fiumi che scendono da altipiani isolati dal resto del Sudamerica da oltre 30 milioni di anni. Lovejoy spiega che ««Il fatto questa zona sia così remota e che è stata isolata per così tanto tempo significa che è abbastanza probabile trovare nuove specie. Il Mazaruni contiene molte specie uniche che non si trovano in nessun’altra parte del mondo. Si tratta di un settore estremamente importante in Sud America, in termini di biodiversità». Ma nella regione gli habitat d’acqua dolce sono sempre più inquinati dai reflui delle miniere d’oro abusive e legali sorte nella zona.

Come gli altri “knifefish” elettrici l’Akawaio penak ha un lungo organo corre lungo la base del corpo e che produce un campo elettrico che è troppo debole per stordire la preda, ma viene invece utilizzato per navigare, rilevare oggetti e comunicare con gli altri pesci elettrici. Tutti “poteri” molto vantaggiosi, dato che questi pesci vivono in acque molto torbide.

La specie è chiamata così in onore degli amerindi Akawaio che popolano il Mazaruni superiore, i biologi hanno così riconosciuto il loro aiuto prezioso durante lo studio dei pesci delle loro terre ancestrali. 

Gli esemplari di Akawaio penak sono stati stato catturati sia nel corso principale che negli affluenti del fiume Mazaruni superiore. I campioni del raccolti nel Mazaruni e nel torrente Mambaru sono stati catturati durante la notte su spiagge derivanti dall’accumulo artificiale di sabbia e ciottoli che sono il sottoprodotto del dragaggio delle miniere d’oro. Questi individui sono stati catturati a profondità non superiore a 1 metro e si stavano presumibilmente alimentando. Invece, gli esemplari del fiume Waruma sono stati catturati durante il giorno in rifugi lungo le rive di uno ristagno superficiale. Gli esemplari trovati nel corso principale del Mazaruni nuotavano in una corrente lenta in una relativa calma, ma davanti ad una spiaggia aperta e in acque libere, mentre gli esemplari del Membaru e del Waruma sono stati trovati in habitat caratterizzati dalla presenza di alcuni detriti legnosi sommersi e vegetazione. In tutte e tre le località dove è stata trovata la specie aveva una clorazione che variava dal nerastro al rosso-nerastro, con pH compreso tra 4,4 e 4,8, temperatura di 22 – 23,5° C e conducibilità di <10 mS.

Attualmente l’Akawaio penak è conosciuto solo nel corso principale superiore del Mazaruni superiore, nella foce del Kamarang e nel Waruma Creek, un piccolo affluente del fiume Kako, che a sua volta è un importante affluente del Mazaruni superiore. «Questa distribuzione disgiunta – conclude Maldonado-Ocampo – suggerisce che l’ Akawaio penak  abbia una distribuzione più ampia all’interno del bacino di drenaggi del Mazaruni superiore, ma sono necessarie ulteriori raccolte per accertare quanto sia diffusa la specie».

Fonte: greenreport.it
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Qualche tempo fa, la commovente storia di un gruppo di capodogli che ha "adottato" un tursiope con una malformazione spinale ha riscosso un enorme successo su internet. Ma i mammiferi marini non sono gli unici a creare strane alleanze, spiegano gli esperti.


Fotografia per gentile concessione di Alexander Wilson e Aquatic Mammals

Secondo Jennifer Holland, autrice del libro Unlikely Friendships del 2011 e giornalista del National Geographic, queste adozioni sono piuttosto comuni tra gli animali domestici, e talvolta si possono osservare anche in natura.

Tra gli esempi citati dall'autrice vi sono un cane che ha allevato uno scoiattolo neonato assieme alla sua prole, scimmie antropomorfe in cattività che trattavano gatti come loro cuccioli, e infine un cane che si è preso cura di un gufo neonato (foto piccola a destra).

Nel suo prossimo libro, Unlikely Loves, Holland mostrerà un cane dalmata che adotta un vitello nato con un mantello maculato simile al suo, una capra che aiuta una giovane giraffa ad acquisire fiducia in se stessa, e una gallina seduta sui suoi "cuccioli" per tenerli al caldo.

Le ragioni dell'adozione
Ma quali sono le ragioni dell'esistenza di queste famiglie adottive? "Vorrei entrare nella testa di questi animali per chiederglielo! Ma possiamo comunque avanzare delle ipotesi plausibili in base a quello che sappiamo del cervello animale, e del nostro", afferma Holland. Per esempio, in alcuni casi un animale adotta un individuo della sua stessa specie, che è un atteggiamento istintivo.

"Gli animali si prendono cura istintivamente dei piccoli, per aiutarli a sopravvivere e quindi trasmettere il DNA della famiglia", continua Holland. "Dunque penso ci sia un meccanismo fisiologico che li spinge a offrire cure a un altro animale che ne abbia bisogno. Se non è un parente, forse c'è un po' di confusione, ma penso che quel comportamento sia giustificato dalla stessa funzione".

"Un motivo è anche il mutuo beneficio", sottolinea l'etologa Jill Goldman. "Per far durare la relazione, credo che debbano trarne vantaggio entrambe le parti, in qualche modo", continua Goldman, che ha studiato il comportamento dei lupi. "Cosa s'intenda per beneficio poi è altra questione. La compagnia, in alcuni casi, è in realtà un beneficio sufficiente, finché non subentrano competizione o minacce".

Per esempio, l'aggiunta di un individuo a un gruppo potrebbe contribuire nel procacciare il cibo o offrire una protezione maggiore al gruppo; che probabilmente è ciò che è accaduto nel caso del delfino malformato, dice Goldman. "Nessuno ti consente di circolare lì intorno se non servi a qualcosa".

Goldman aggiunge che molte di queste adozioni avvengono quando una madre che sta allattando accoglie un giovane orfano. "Le mamme potrebbero avere un desiderio maggiore di adottare un piccolo perché, nel momento in cui hanno partorito, nel loro corpo circola un livello alto di ossitocina, l'ormone del legame", continua Goldman. In questo periodo, se la madre adotta un cucciolo, "la relazione diventa molto stretta".

Ma, sottolinea, una madre che sta allattando i suoi cuccioli non adotterebbe mai un adulto esterno alla famiglia, che potrebbe invece essere percepito come una minaccia per la sua prole.

Holland aggiunge che molti animali, in particolare mammiferi, sono capaci di empatia, "e potrebbero adottare un altro animale per alleviarne il dolore, la fame o la solitudine", afferma. "I mammiferi hanno le stesse nostre strutture cerebrali e lo stesso nostro sistema cerebrale relativo all'emozione, e quindi perché no?", prosegue.

Holland afferma che "queste storie ci offrono un'altra prospettiva sugli animali non-umani. Troppo spesso non riconosciamo loro quanto siano complessi, intelligenti ed empatici".

di Christine Dell'Amore per nationalgeographic.it
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L'alta marea cancellerà l'impronta e il vento svanirà la schiuma.
Ma sempre spiaggia e mare rimarranno.
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Reply #47 on: October 18, 2013, 00:59:04
Le sculture sottomarine di Cancùn

Alla scoperta di un eccezionale museo subacqueo a largo della città messicana. Una collezione di statue realizzate per favorire lo sviluppo della barriera corallina.
Più di 400 sculture permanenti sono state installate nel National Marine Park di Cancùn, nell'isola di Mujeres e Punta Nizuc, come parte di una grande opera d'arte chiamata "La silenziosa evoluzione".

L'installazione è il primo "prodotto" partorito da un nuovo museo subacqueo chiamato MUSA, o Museo Subacuático de Arte.
Create dallo scultore messicano Jason deCaires Taylor, l'installazione caraibica è destinata a coprire più di 420 metri quadrati, che lo dovrebbero rendere "uno delle più grandi attrazioni subacquee al mondo" secondo quanto annunciato dallo stesso museo.
Nel fare ciò, Taylor spera che le barriere coralline, che sono già messe a dura prova da inquinamento marino, riscaldamento delle acque e pesca selvaggia, possano essere "alleggerite" dalla grande massa di turisti (circa 750,000) che le affollano ogni anno.
"Questo fenomeno mette costantemente sotto pressione le barriere coralline" afferma Taylor a National Geographic. "Parte del nostro progetto è destinato quindi a cercare di allontanare i turisti dalle barriere coralline esistenti e portarli verso un'area caratterizzata da barriere coralline artificiali".


Fotografia su gentile concessione di Jason deCaires Taylor

La popolazione del "L'evoluzione silenziosa" è stata creata da calchi viventi di una larga gamma di persone, molti dei quali abitanti del posto - incluso Lucky, un carpentiere messicano.
I personaggi variano da un bambino di 3 anni di Santiago, a un nonno di 85 anni di Rosario, e includono un ragioniere, un maestro di yoga e un acrobata fra gli altri.
"Il posizionamento ravvicinato delle statue è teso ad illustrare come riusciamo a fare fronte comune nei confronti dei seri problemi che concernono il nostro ambiente e il nostro impatto sul mondo naturale".
 

Fotografia di Jorge Silva, Reuters

Le sculture sono composte di uno speciale tipo di cemento marino che serve a favorire la crescita dei coralli, secondo quanto affermato dal suo creatore. Questo dovrebbe incoraggiare i pesci e le altre creature marine a colonizzare gli scogli.
"Ci sono già centinaia di pesci che vivono sopra queste sculture come aragoste e pesci angelo (Pterophyllum), oltre a un grande strato di alghe, che è una delle prime cose a prendere piede".


Fotografia di Jorge Silva, Reuters

"Cerchiamo di conservare un buon equilibrio nel quale cerchiamo di proteggere la barriera corallini e di far riscoprire ai turisti l'area naturale" ha dichiarato Roberto Diaz, presidente dell'Associazione nautica di Cancù e del museo a National Geographic.
"Stiamo provvedendo a rendere queste opere d'arte belle, ma anche utili".


Fotografia su gentile concessione di Jason deCaires Taylor

"Sarah", composta sul calco di una professoressa di linguistica britannica, è la sola statua della serie, con un "falso polmone".
I visitatori possono riempire il polmone della statua soffiando bolle in una buca dal di dietro o immettendo aria dalle bombole ad ossigeno. L'aria scivola poi lentamente verso l'alto attraverso la bocca aperta (sotto forma di bolle).

Il MUSA, il museo subacqueo, ha in programma di continuare a produrre sculture finché i fondi lo permetteranno. Ma "La silenziosa evoluzione" in ogni caso continuerà fino a quando la vita marina apporterà il suo tocco nel corso dei prossimi secoli.

di Fritz Faerber per nationalgeographic.it
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Reply #48 on: October 31, 2013, 05:16:12
Ecco alcune cose da sapere su una che sta diventando sempre più popolare anche in Italia.

Le origini della di Halloween risalgono a oltre 2.000 anni fa. In corrispondenza dell'attuale primo novembre le popolazioni celtiche d'Europa festeggiavano il primo giorno del nuovo anno, chiamato Samhain. Alla vigilia di Samhain - l'attuale Halloween - si pensava che gli spiriti camminassero sulla Terra mentre erano in viaggio verso l'aldilà, e che con loro vi fossero fate, demoni e altre creature.

Oltre a sacrificare animali agli dei e riunirsi attorno ai falò, i Celti spesso indossavano costumi - forse pelli di animali - alo scopo di confondere gli spiriti e magari evitare di venirne posseduti. Si ritiene anche che i Celti, indossando maschere o annerendosi il viso, volessero impersonare antenati defunti. I giovani uomini si vestivano da donne, e viceversa, rompendo per un breve periodo le convenzionali divisioni sociali. In una sorta di primitiva forma di "dolcetto o scherzetto”, secondo alcuni i Celti vestiti da spiriti andavano di casa in casa esibendosi in gesti buffi in cambio di cibo e bevande: una pratica ispirata forse dall'uso di lasciare fuori dalla porta qualcosa da mangiare o da bere come
offerta agli esseri soprannaturali.

In seguito i leader cristiani fecero propria e trasformarono la di Samhain, come peraltro altre festività pagane. Nel VII secolo il papa Bonifacio IV decretò che il 1 novembre si celebrasse Ognissanti (All Hallows' Day). Alla vigilia della si continuarono ad accendere falò e indossare costumi, ma sotto un altro nome: All Hallows' Eve, che in seguito sarebbe diventato "Halloween".

Furono gli emigranti europei a portare Halloween negli USA: infatti le celebrazioni divennero davvero popolari nell'Ottocento, in corrispondenza del culmine dell'immigrazione irlandese. È forse Anoka, nel Minnesota, il luogo dove si tenne la prima ufficiale di Halloween: a partire dal 1920, la cittadina iniziò a ospitare dei falò e una parata.

 Secondo l'associazione dei commercianti americani, ogni anno si traverse circa il 40% della popolazione americana, per un totale di 120 milioni di individui fra bambini, adulti e persino animali domestici: oltre l'11 per cento dei cani o gatti di casa americani viene - suo malgrado - travestito.
econdo il censimento USA, negli Stati Uniti sono circa 36 milioni i bambini dai 5 ai 13 anni, la fascia d'età che bussa alle porte dicendo "dolcetto o scherzetto”. Nel 2009, l'americano medio ha consumato 11 chilogrammi di dolci, molti dei quali durante il periodo di Halloween.

Lo stato americano che produce più zucche - originarie dell'America Centrale - è il freddo Illinois, con 252 milioni di chilogrammi. Ma la zucca più pesante del mondo, secondo il Guinnes dei Primati, è stata prodotta nel 2012 da Ron Wallace di Greene, Rhode Island, che si è presentato alla Topsfield Fair del Massachusetts con un "mostro” da 911 chilogrammi.

Circa il 90 per cento del peso dell'ortaggio è composto da acqua. Una zucca da record può crescere di oltre 15 chilogrammi al giorno e raggiungere le dimensioni di un maggiolino Volkswagen.
Secondo un sondaggio AP-Ipsos condotto per Halloween 2007, oltre un terzo degli americani dichiara di credere nei fantasmi; il 23 per cento afferma di averne visto uno o di averne avvertito la presenza. Sempre secondo il sondaggio, un americano su 5 crede che gli incantesimi e la stregoneria siano reali.

Certe storie paurose che si raccontano ad Halloween sembrano trovare sempre persone disposte a crederci, anche se dietro ai racconti c'è ben poca sostanza. Una di queste riguarda il fatto che i seguaci delle sette sataniche - un fenomeno più presente nella finzione che nella realtà - ad Halloween sacrifichino gatti neri. Ma i rari casi di violenze registrate sui gatti neri sono perlopiù opera di qualche isolato adolescente disturbato.

Un altro timore diffuso fra i genitori è la possibilità che i figli ingeriscano dolci avvelenati o in cui sono stati inseriti oggetti taglienti o appuntiti. Secondo il sociologo Joel Best della University of Delaware, le dicerie sui dolci pericolosi sono in realtà una manizione di paure e ansie riguardo al futuro. In un mondo pieno di minacce incontrollabili - terrorismo, mercati finanziari in caduta libera - per un genitore può essere rassicurante concentrarsi su un pericolo che è invece in grado di prevenire, spiega Best. Il sociologo ha condotto un'inchiesta su questa eventualità, ma afferma di non essere riuscito ad imbattersi in un solo caso provato in cui un bambino sia rimasto ucciso o ferito da un dolce manomesso durante il giro "dolcetto o scherzetto”.

Ecco i dieci costumi più popolari fra gli adulti nel 2013:

1. Strega
2. Batman
3. Vampiro
4. Zombie
5. Pirata
6. Supereroe
7. Superman
8. Dracula
9. Gatto
10. maschera/costume pauroso

Mentre questi sono stati i dieci costumi più popolari fra i bambini nello stesso anno:

1. Principessa
2. Animale
3. Batman
4. Supereroe
5. Spiderman
6. Strega
7. Zombie
8. Principessa Disney
9. Superman
10. Fata

Una persona mascherata da fantasma in posa a fianco ad una tavola piena di decorazioni.
Siamo in una scuola di campagna e la fotografia risale al 1905.

(Fotografia per gentile concessione Historic Photo Archive, Getty Images)

Evocando di volta in volta, una strega, un mago o un clown, il costume da donna del 1910 nella foto sopra, non sembra possedere un unico significato. Le riproduzioni di luna e stelle per esempio, riflettono una certa fascinazione nei confronti del misticismo, rimasto connesso con l'aura di mistero di Halloween per secoli.
(Fotografia per gentile concessione Vintage Images, Alamy)

di Brian Handwerk per nationalgeographic.it
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Reply #49 on: December 09, 2013, 23:55:55

Fotografia di Matthew Potenski

Gli squali limone non sono poi così diversi dalle tartarughe marine e dai salmoni, se non altro quando si parla di maternità: lo ha scoperto un team di ricerca guidato da Kevin Feldheim, biologo del Field Museum of Natural History di Chicago, la cui ricerca è stata pubblicata sulla rivista Molecular Ecology.

Negli anni '90 gli scienziati si sono accorti che ogni due anni le femmine di squalo limone facevano ritorno alla stessa laguna presso Bimini, alle Bahamas, per far nascere i propri piccoli. Hanno così ipotizzato che -proprio come i salmoni e le tartarughe marine- questi animali stessero tornando presso il loro luogo di nascita. Feldheim e il suo team hanno iniziato la ricerca nel 1995, catturando gli squali limone all'interno della laguna, marchiandoli per renderli facilmente identificabili e rilasciandoli poi allo scopo di monitorarne gli spostamenti. Lavorando a questo progetto per 18 anni hanno misurato più di 2.000 esemplari, raccogliendo anche preziosi campioni per le analisi del Dna.
Grazie alle operazioni di monitoraggio il team di Feldheim ha confermato l'ipotesi iniziale, in quanto le femmine nate nella laguna vi ritornavano 15 anni dopo per dare alla luce i propri piccoli, un comportamento peculiare e assolutamente atipico per gli squali: si tratta infatti della prima specie di squalo nella quale viene documentato.

Una vita da squalo limone

Nonostante siano pesci a tutti gli effetti gli squali limone partoriscono i propri piccoli, che si sviluppano all'interno di un involucro simile alla placenta e vengono nutriti tramite un cordone ombelicale. Una volta nati cercano subito riparo tra le mangrovie, dove rimangono dai quattro agli otto anni durante la crescita prima di avventurarsi in mare aperto. Come spiega l'autore dello studio, nel caso di Bimini non c'è traccia di questi animali nelle acque della laguna durante gli altri periodi dell'anno. Grazie ai test genetici, i ricercatori hanno inoltre scoperto che le femmine spesso danno alla luce altri piccoli durante l'anno, grazie allo sperma dello stesso maschio.

Gli squali limone sono infatti in grado di immagazzinare lo sperma, perciò accade che lo stesso venga utilizzato per più di una cucciolata; è altresì possibile, spiegano i ricercatori, che due individui si accoppino più di una volta in annate consecutive, anche se questa rimane un'ipotesi poiché gli accoppiamenti in natura non sono ancora stati osservati.

La domanda rimane una: perché ritornare al proprio luogo di nascita?
 
Secondo Feldheim, la spiegazione potrebbe essere la più semplice, ovvero la sicurezza di un luogo conosciuto che già una volta si è dimostrato un buon nido dove crescere in tranquillità. È molto probabile che anche altre specie di squali abbiano la stessa attitudine quando si tratta di far nascere i propri piccoli, e i campionamenti genetici vanno a sostegno di questa teoria. Rimane tuttavia molto difficile tracciare gli spostamenti di questi animali dalla nascita fino al momento della riproduzione, e saranno necessari molti altri studi a lungo termine per averne certezza.
La scoperta di queste aree adibite ad asilo nido per squali offre un prezioso spunto per le politiche di conservazione, suggerendo la possibilità di concentrarvisi per salvaguardare gli animali. Ogni anno vengono infatti uccisi più di 100.000 squali, e i numeri più allarmanti arrivano dall'Asia dove vengono catturati per preparare la tradizionale zuppa di pinna di squalo. Non si può escludere che, nel caso una di queste aree vada distrutta, diventi estremamente difficile per uno squalo adattarsi e adibirne una nuova a "nursery", compromettendo l'intero ciclo di riproduzione. Secondo gli autori dello studio anche le attività di pesca andrebbero ridotte e controllate nei periodi sensibili, quando le femmine fanno ritorno al loro luogo di nascita. Il primo passo in questa direzione, piuttosto significativo, è stato fatto alle Bahamas dove recentemente è stata proibita la pesca di squali a scopi commerciali.

di Eleonora Degano per nationalgeographic.it
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Reply #50 on: December 12, 2013, 02:59:55
Lo scorso anno i governi di Australia e Nuova Caledonia hanno annunciato la loro intenzione di creare un vasto parco marino nel Mar dei Coralli che si estende fra i due paesi. Gran parte della porzione di mare appartenente alla Nuova Caledonia è tutt'ora inesplorata, soprattutto gli isolati Chesterfield Banks, situati nella parte più occidentale dell'area interessata.

La National Geographic Society, assieme al Waitt Institute e all'Institute de Recherche pour le Developement (IRD) della Nuova Caledonia ha assunto l'impegno di esplorare queste barriere coralline lanciando la spedizione "Pristine Seas" (Mari incontaminati).

Durante la spedizione, che si è svolta dal primo al 21 novembre 2013, i membri della spedizione - guidata dal biologo marino Enric Sala - hanno attraversato i Chesterfield e gli Entrecasteaux Reefs al nord, e i Petri e gli Astrolabe a est. Lo scopo principale di Pristine Seas era quella di raccogliere informazioni scientifiche nella zona e produrre un documentario.

Queste barriere sono il regno di questi predatori marini: squali grigi del reef (nella foto), squali pinna nera, pinna bianca, nutrice erano presenti in abbondanza.



Nella foto, un grande anemone marino e due cernie.


Amori burrascosi


Un esercito di pesci pappagallo nuota attorno all'Astrolabe Reef, un isolato atollo corallino
a nord est della Nuova Caledonia, secondo Sala "il posto più bello esplorato finora"


Un crinoide (o giglio marino) multicolore ricorda un'esplosione di fuochi d'artificio.


Un serpente di mare bianco e nero osservato in Nuova Caledonia.


Fotografie di Enric Sala e Manu San Félix
Fonte: nationalgeographic.it


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Reply #51 on: January 08, 2014, 02:17:59
Nel corso dell’anno 2013 la Direzione marittima di Reggio Calabria ha proseguito e ulteriormente sviluppato le linee di attività già avviate ormai da alcuni anni e basate sulla metodologia programmatica finalizzata a fornire un concreto contributo allo sviluppo sicuro e sostenibile delle attività che si svolgono per mare e lungo le coste. A tal fine la Direzione marittima ha coordinato le attività di tutte le capitanerie della Calabria e Basilicata Tirrenica che hanno espletato i compiti istituzionali in modo uniforme e su basi comuni offrendo all’utenza servizi omogenei e regole conformi in tutta la zona di competenza.

L’anno è stato caratterizzato dall’intensa attività di vigilanza dei flussi migratori a causa dell’intensificarsi del fenomeno che con sempre maggior frequenza sta interessando le coste ioniche calabresi, richiedendo un crescente impegno da parte della Guardia Costiera cui sono demandati i compiti di ricerca e soccorso. Le operazioni in mare sono state caratterizzate da elevati fattori di rischio e complessità che hanno messo in evidenza il coraggio e la perizia degli equipaggi delle motovedette che sono riusciti a trarre in salvo uomini, donne a bambini in pericolo di perdersi a bordo di imbarcazioni fatiscenti e spesso in presenza di condizioni meteo-marine particolarmente avverse.

Nell’anno 2013 lungo le coste calabresi sono avvenuti nr. 68 sbarchi con un numero complessivo di 3877 migranti di varie etnie, prevalentemente siriana provenienti dalle coste egiziane, di cui 3016 assistiti in mare e 861 hanno raggiunto inosservati la costa e quindi rintracciati a terra.
Il fenomeno, come negli anni precedenti, ha colpito maggiormente le coste crotonesi e quelle ricadente nell’ambito del circondario marittimo di Roccella Ionica; ha visto l’intervento delle motovedette della Guardia Costiera dislocate nei porti di Reggio Calabria, Crotone e Roccella Jonica, per un totale di 10 unità, percorrendo complessivamente 5809 miglia in circa 350 ore.
In relazione al precedente anno, il numero di eventi è aumentato del 62% circa, di conseguenza e incrementato lo sforzo sostenuto da parte del personale e dei mezzi navali impiegati nelle operazioni SAR a favore dei cittadini stranieri, sbarcati irregolarmente sul territorio calabrese, infatti, nell’anno 2012, gli stessi mezzi sono stati impiegati per circa 184 ore, ed hanno percorso 2208 miglia. Uno degli eventi ritenuto di maggiore rilievo si è verificato in data 1 dicembre 2013, in concomitanza al devastante passaggio del “ciclone Nettuno” che determinava il manirsi di critiche condizioni meteorologiche specialmente sul versante ionico della Calabria mettendo in pericolo la vita di n. 142 migranti di nazionalità siriana ed egiziana, di cui 15 donne e 27 minori, a bordo di un fatiscente peschereccio in balia delle onde con motore in avaria, a circa 70 miglia al largo delle coste crotonesi. La complessa operazione di soccorso in mare, coordinata dalla Direzione marittima di Reggio Calabria, ha visto l’impiego di 4 motovedette Guardia Costiera, una nave della marina Militare e di 5 mercantili dirottati in zona ed ha consentito di salvare tutti i migranti nonostante le pessime condizioni del mare.

L’attività di ricerca e soccorso in mare non è ovviamente limitata al solo fenomeno migratorio. Nel corso dell’anno sono stati infatti soccorsi 107 mezzi navali e salvate 392 persone. Tale attività si è concentrata maggiormente durante la stagione estiva nel corso della quale il dispositivo di uomini e mezzi dell’operazione “mare sicuro” ha garantito il sicuro svolgimento dell’attività balneare e della navigazione da diporto.

Tra le iniziative della stagione estiva finalizzate all’implementazione della sicurezza in mare ed alla promozione delle attività legate al mare, di particolare rilievo l’apertura al pubblico degli uffici delle Capitanerie di porto anche nelle ore pomeridiane e nei festivi al fine di garantire massima vicinanza all’utenza nei periodi in cui più è intensa l’attività balneare e la navigazione da diporto.

È proseguito anche nel 2013 il costante monitoraggio dello stato delle coste e del mare finalizzato ad individuare criticità sotto il profilo ambientale e mirato in particolare alla verifica del sistema fognario e depurativo dei Comuni costieri.

Gli accertamenti si sono svolti ad un livello di ulteriore approfondimento sulla base di apposite deleghe impartite dalle Procure inquirenti. Gli approfondimenti richiesti dalle Autorità giudiziarie hanno riguardato in particolare l’accertamento di omissioni e/o negligenze da parte dei soggetti responsabili e controlli tecnici attinenti alle carenze strutturali e manutentive degli impianti. Come da qualche anno a questa parte, la metodologia usata è stata quella programmatica svolta in materia sistematica su tutti i depuratori dei comuni costieri, 365 giorni all’anno, con finalità non solo repressive ma in un ottica costruttiva volta alla individuazione delle cause delle situazioni di compromissione dell’ambiente ed alla concreta risoluzione delle problematiche sulla base del costante confronto e collaborazione con i soggetti istituzionali interessati. L’accertamento di criticità è stata, quindi, sempre seguita dalla informazione e dialogo con Comuni e Enti gestori al fine di consentire una pronta soluzione delle problematiche.

I controlli complessivamente effettuati in materia di tutela dell’ambiente sono 16864. La vasta attività di monitoraggio condotta congiuntamente con Arpacal e ulteriormente implementata nel periodo estivo con le iniziative anche quest’anno promosse dall’Assessorato regionale all’ambiente tramite il numero verde per le segnalazioni dei cittadini, ha confermato che lo stato della depurazione in Calabria rimane una criticità.
In particolare nei 195 depuratori verificati si è rilevato che permangono le criticità precedentemente riscontrate nella generalità degli impianti, sia sotto il profilo della carente manutenzione ordinaria e straordinaria (consistenti principalmente nella mancanza di programmazione nei lavori di manutenzione e nell’intempestività degli interventi di riparazione, nella carenza di personale negli impianti, nell’assenza di un monitoraggio costante delle condizioni di funzionamento) sia sotto quello strutturale. Permangono e si sono in certi casi aggravate anche le criticità riguardanti la rete fognaria, con scarichi in mare di liquami privi di alcuna depurazione.
È quindi elevato il numero di illeciti rilevati in questo settore e pari a 272 (di cui 181 amministrativi e 91 penali). Inoltre, 24 depuratori permangono in stato di sequestro penale e 62 sono tuttora privi di autorizzazione allo scarico, 18 sono risultati del tutto inattivi.

Spicca nell’ambito di questa attività di vigilanza ambientale, l’operazione “Calipso”, condotta dalla Capitaneria di porto di Corigliano Calabro, su delega della Procura della Repubblica di Rossano su diversi depuratori e stazioni di sollevamento della Provincia di Cosenza. In particolare, l’operazione ha portato al sequestro del depuratore comunale a Rossano (località Sant’Angelo) e due stazioni di sollevamento a Corigliano Calabro (località Schiavonea e Pentino), nonché alla conseguente denuncia all’Autorità Giudiziaria di n. 17 persone, tra sindaci, amministratori, dirigenti e dipendenti di civiche Amministrazioni.
L’attività a tutela dell’ambiente deve essere inquadrata nell’ambito della più vasta attività programmatica di vigilanza e monitoraggio degli arenili che viene svolta tutto l’anno al fine di fornire un contributo ai soggetti che esercitano funzioni di gestione sulle aree costiere nonché di prevenire e reprimere eventuali abusi. In tale ambito permane elevato il numero di illeciti riscontrati in danno del pubblico demanio marittimo pari a 320 reati penali, perlopiù di occupazione abusiva, e 64 sequestri convalidati dalle competenti Procure.

Con riguardo alla tutela delle risorse ittiche la Direzione marittima ha esercitato il coordinamento delle attività amministrative e operative, di vigilanza e controllo, assicurando una gestione uniforme in ambito regionale al fine di garantire la crescita sostenibile del comparto della pesca marittima in Calabria.
L’attività di vigilanza ha riguardato l’intera filiera della pesca marittima e precisamente:
- la cattura o la produzione, riferibile alle unità da pesca ed agli impianti di acquacoltura;
- lo sbarco e la pesatura del pescato;
- la vendita al dettaglio, attraverso pescherie, supermercati ed ambulanti;
- la distribuzione all’ingrosso, attraverso mercati ittici dedicati e/o centri di lavorazione o trasformazione dei prodotti ittici.

Inoltre, come ogni anno, si disposizione del Comando generale delle Capitanerie, sono state effettuate delle mirate campagne per il contrasto all’uso delle reti da posta derivanti (così dette “spadare”) e per la tutela del tonno rosso. In particolare, il fenomeno dell’utilizzo abusivo delle spadare in Calabria può considerarsi ormai superato grazie alla costante attività di vigilanza ed al percorso di legalità e crescita verso il quale la Guardia Costiera e le amministrazioni locali hanno indirizzato i pescatori professionali.
I controlli complessivamente effettuati nel corso dell’anno sulla filiera ittica sono 12750 di cui 11277 a terra e 1473 in mare. Le sanzioni elevate sono 380 per un importo complessivo di € 528.620 i sequestri effettuati 205 per un totale di kg. 108.147 di prodotto ittico e 189 attrezzi da pesca abusivi. I settori più critici sono quelli della pesca di esemplari sotto misura e della commercializzazione di prodotto ittico in cattivo stato di conservazione ove i controlli vengono effettuati in collaborazione con le Autorità sanitarie.

Con riguardo alla materia della sicurezza della navigazione la Direzione marittima ha coordinato lo svolgimento dei controlli PSC (Port State Control), che sono verifiche di sicurezza effettuate alle navi straniere ai sensi delle convenzioni internazionali. Grazie all’alto numero di navi ispezionate pari a 119, in particolare nel porto di Gioia Tauro, anche quest’anno la Direzione marittima di Reggio Calabria si è collocata al primo posto a livello nazionale per verifiche di sicurezza contribuendo in modo sostanziale al raggiungimento degli obiettivi assegnati all’Italia dalle organizzazioni internazionali.

Infine, non certamente ultime in ordine di importanza, le competenze in materia portuale ove le capitanerie della Calabria hanno contribuito allo sviluppo e crescita delle attività portuali assicurando la sicurezza globale dei porti tramite la costante attività di controllo e discipline moderne e uniformi delle attività portuali adottate in tutti i porti della zona di competenza. Infatti nello sviluppo dei moderni traffici marittimi l’offerta di sicurezza che un porto può garantire costituisce uno dei fattori fondamentali di sviluppo. In tale ambito la collaborazione con le iniziative promosse dalla Regione Calabria ha contribuito al primo avvio di un traffico crocieristico nei porti della regione ( in particolare Crotone, Corigliano e Reggio calabria) che quest’anno hanno visto lo scalo di 13 navi da crociera.
Con riguardo al traffico commerciale, si registra una crescita dei porti di Corigliano (olio combustibile, sansa, nocciolino, granaglie e ferro) e Crotone (ceppato di legno).
Continua anche il trend di crescita del porto di Gioia Tauro. Il traffico di containers infatti, dopo che negli alcuni anni in cui si era registrata una flessione continua e preoccupante per l’economia locale e per l’occupazione, ha avuto una inversione di tendenza, che ha consentito negli ultimi giorni dell’anno a raggiungere e superare la soglia simbolica dei 3 milioni di TEU (unità di misura dei containers).
Le navi giunte in porto sono state 1560 (1473 nel 2012). Il trend pertanto è sicuramente positivo ed è rafforzato dalla notizia che dalla primavera del 2014 si avrà il ritorno nel porto di Gioia Tauro della MAERKS, con ulteriori importanti volumi di traffico, che si avvarrà di unità tra le più grandi al mondo, di circa mt. 400 di lunghezza e mt. 56 di larghezza. Nel frattempo si preannunciano importanti investimenti dell’Autorità Portuale per il dragaggio del porto e per aumentare la concorrenzialità dell’approdo calabrese.

Fonte: il cirotano.it
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Reply #52 on: February 12, 2014, 01:45:58
In realtà si tratta dello stesso fenomeno atmosferico: gli scienziati chiamano queste tempeste con nomi diversi a seconda di dove si verificano.

Nell'Atlantico e nel Pacifico settentrionale le tempeste violente prendono il nome di "uragani" da Hurrican, il dio caraibico del male.
Nel Pacifico nord-occidentale le stesse potenti tempeste sono chiamate "tifoni", da un termine di origine incerta (sia in greco che in cinese ci sono due parole simili per indicare una tempesta).
In altri luoghi del mondo prendono il nome più generico di "tempeste cicloniche" o più semplicemente "cicloni", dalla forma tipicamente circolare che assume la tempesta.

Perché la tempesta sia classificata come uragano, tifone o ciclone, i venti devono raggiungere una velocità di almeno 117 chilometri orari. Se i venti di un uragano raggiungono la velocità di 179 chilometri orari, la tempesta diventa allora un "uragano intenso".
Se un tifone colpisce a 241 chilometri orari - come Usagi, che ha colpito Hong Kong e la costa cinese, allora diventa un "supertifone".

Stagioni differenti

Mentre la stagione atlantica degli uragani va dal 1° giugno al 30 novembre, le stagioni di tifoni e cicloni seguono modelli leggermente diversi.

Nel nord-est del Pacifico, la stagione ufficiale va dal 15 maggio al 30 novembre. Nel Pacifico nord-occidentale i tifoni sono più comuni da fine giugno a dicembre. E il nord dell'oceano Indiano vede cicloni da aprile a dicembre.

Con qualunque nome scegliate di chiamarli, queste mostruose tempeste sono potenti eventi naturali con la capacità di causare diversi gravi danni. Secondo il National Hurricane Center della National Oceanic and Atmospheric Administration, l'occhio di un uragano - la parte centrale dove la pressione è più bassa e la temperatura dell'aria è più alta - si estende in media per 48 chilometri di diametro, ma può raggiungere anche i 200 chilometri.

Nelle tempeste più forti, equivalenti alla categoria 5 sulla scala Saffir-Simpson, il vento soffiano a oltre 250 chilometri all'ora. Con l'aiuto dei satelliti e dei modelli a computer, queste tempeste possono essere previste con diversi giorni di anticipo e sono relativamente facili da rintracciare. Ma, come mostrato di recente dall'uragano Sandy, prevedere il percorso che un uragano, un tifone o un ciclone seguirà dopo la sua formazione è ancora difficile.

Effetti del riscaldamento globale?

Da qualche anno la comunità scientifica dibatte sulla possibilità che il riscaldamento globale causato da attività umane stia avendo effetti sugli uragani, rendendoli più forti o più frequenti.

In teoria infatti l'aumento della temperatura atmosferica dovrebbe causare un riscaldamento della superficie marina, che a sua volta contribuirebbe alla formazione di uragani più potenti. In tutto il mondo il numero delle tempeste di categoria 4 e 5 è quasi raddoppiato tra i primi anni Settanta e l'inizio degli anni 2000. Inoltre, sia la durata dei cicloni tropicali sia i picchi di velocità del vento sono aumentati di circa il 50 per cento negli ultimi 50 anni.

Ma tra gli scienziati non c'è unanimità di pareri su una diretta connessione tra cambiamenti climatici e uragani. "La velocità massima del ciclone tropicale medio è destinata ad aumentare, anche se gli aumenti potrebbero non riguardare tutti i bacini oceanici", sostiene un rapporto del 2012 dell'IPCC (Intergovernmental Panel on Climate Change).  "È probabile che la frequenza globale dei cicloni tropicali diminuirà o rimarrà sostanzialmente invariata".

fonte: nationalgeographic.it
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Reply #53 on: February 13, 2014, 18:49:15
Si è appena conclusa nell'Adriatico settentrionale la campagna oceanografica internazionale 'Carpet, Characterizing Adriatic Region Preconditioing EvenTs'. La missione ha impegnato ricercatori dell’Istituto di scienze marine del Consiglio nazionale delle ricerche (Ismar-Cnr) di Venezia, si è svolta a bordo della nave oceanografica Urania del Cnr e si è focalizzata sulle cosiddette ‘acque dense’ che, formatesi nel Nord Adriatico in inverno, scendono verso sud assumendo grande importanza nelle dinamiche di trasporto ed influenzano il clima dell’intero bacino. Si tratta infatti di un efficace sistema di rinnovamento delle acque costiere e di trasporto di ossigeno verso gli strati profondi. I risultati emersi sono di particolare rilievo considerato l’inverno caratterizzato da temperature miti e da una piovosità eccezionale, soprattutto nel Nord-Est del Paese.

“Abbiamo osservato nel Golfo di Venezia un processo fondamentale per il clima dell’area”, afferma Sandro Carniel, responsabile scientifico di Carpet, “ma anche per la stabilità del clima terrestre. La dinamica delle acque dense è infatti uno dei principali motori della circolazione oceanica globale a lungo termine: per quanto curioso appaia, quindi, la conoscenza di questi processi è fondamentale per decifrare il trasporto di calore e salinità da parte delle correnti oceaniche Mediterranee e quindi cruciale per il clima del pianeta”.

Il Nord Adriatico è una delle aree-chiave in cui questi processi avvengono. “Durante l’inverno 2013-14 questo evento è stato però contrastato da temperature miti e apporti fluviali eccezionali”, continua Carniel. “A crociera conclusa, i dati parlano di una temperatura dell’acqua sul fondo di circa 2° C superiore alla media degli ultimi 30 anni. Questo ha rallentato di molto il ‘rinnovamento’ delle acque, che nel solo gennaio-febbraio 2012, complice un inverno estremamente freddo, aveva invece interessato circa il 60% del volume, stabilendo un record assoluto di densità da quando sono iniziate le misure in Adriatico settentrionale (ovvero circa un secolo). A distanza di soli due anni siamo, per così dire, agli antipodi”.

Per stimare gli effetti del blocco o della riduzione della produzione invernale di acque dense servirà ancora un’accurata analisi dei dati, tramite modelli che comprendano atmosfera, oceano e onde. Per questo, i risultati di Carpet saranno diffusi e discussi dall’Ismar-Cnr  in una sessione ad hoc, durante un convegno della European Geosciences Union a Vienna, dal 27 aprile al 2 maggio.

“È lecito quindi attendersi conseguenze significative sulla circolazione delle acque del bacino (e anche del Mediterraneo Orientale), sul clima della terraferma e un abbassamento dei livelli di ossigeno sul fondo marino già in primavera, a seguito della crescita fitoplanctonica stimolata dai rilevanti apporti fluviali in corso”, conclude Carniel.

Oceanografi e ingegneri della campagna Carpet, guidata da Alvise Benetazzo dell’Ismar-Cnr, hanno eseguito misure tramite metodologie di avanguardia, sperimentando mezzi autonomi sottomarini tra cui, per la prima volta a livello nazionale, un sofisticato ‘siluro’, il Remus 100 (Hydroid-Kongsberg), che cattura importanti informazioni sulle caratteristiche fisiche della colonna d'acqua, in particolare sull'evoluzione della distribuzione delle enormi quantità di acque dolci legate all’eccezionale apporto fluviale del periodo e agli effetti dell’interazione tra onde e correnti sul fondale.

Riferimenti: via Cnr
Fonte: galileonet.it
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Reply #54 on: March 13, 2014, 01:28:40
A marzo del 2013 i ricercatori hanno taggato una femmina di squalo bianco per monitorarne gli spostamenti. È la prima volta che osserviamo uno di questi predatori attraversare l'Oceano Atlantico.



Al momento Lydia, un esemplare di 4,4 metri, si trova a est della dorsale medio atlantica - una catena montuosa sottomarina che spazia sia verso nord che verso sud attraverso l'oceano - e si dirige verso la costa della Cornovaglia. I ricercatori considerano l'attraversamento della dorsale il punto ufficiale di passaggio nell'Atlantico orientale. Da quando è stata taggata, Lydia ha percorso 32.187 chilometri, incluse alcune deviazioni lungo la costa degli Stati Uniti. Ocearch, l'organizzazione che ha sviluppato il metodo usato per catturare e taggare il grande squalo bianco, ne mostra il viaggio in tempo reale sul suo sito.

Il record per la maggior distanza percorsa apparteneva, prima di Lydia, a una femmina che nel 2004 percorse 20.000 chilometri: nuotò dal Sudafrica fino alle acque a ovest dell'Australia per poi tornare indietro, attraversando l'Oceano Indiano in entrambi i viaggi. “Conosciamo davvero poco del mondo degli squali bianchi”, commenta Greg Skomal del Massachussetts Marine Fisheries. "Controllare gli spostamenti di questi predatori finora non era fattibile, perché mancavano le tecnologie adatte". Il tag satellitare di Lydia trasmette la sua posizione ogni volta che lo strumento, attaccato alla pinna dorsale, emerge dalla superficie dell'acqua. Finora non era possibile avere accesso alle informazioni fino a quando i ricercatori, recuperati gli strumenti dagli squali, potevano scaricare i dati raccolti ed elaborarli per ricostruire l'itinerario degli animali.

Una grande famiglia

Gli scienziati hanno sempre considerato le popolazioni di squali bianchi del Mediterraneo distinte da quelle della costa est degli Stati Uniti. Tuttavia ci sono stati avvistamenti di questi grandi predatori anche al largo di altre coste europee e alle isole Azzorre, a ovest del Portogallo, spiega Skomal. Ma ora che abbiamo i dati di Lydia, commenta, “cominciamo a pensare che si potrebbe trattare di un'unica grande popolazione. È quanto emerso anche dalle osservazioni transoceaniche di altre specie: ad esempio, pare che ci sia un'unica popolazione di verdesche nell'Oceano Atlantico settentrionale, e si potrebbe dire lo stesso per lo squalo mako”. È molto probabile che anche altri esemplari di squalo bianco percorrano simili distanze, spiega Skomal, ma Lydia è la prima che riusciamo a seguire durante il viaggio.

Seguire il cibo

Perché Lydia si dirige verso l'Europa? Probabilmente per i ricchi banchetti che incrocia lungo il tragitto: il 7 marzo i dati hanno mostrato che stava nuotando a nord della Dorsale medio atlantica. “Non si spinge in profondità verso la catena”, spiega Skomal, “si limita a nuotarci sopra, come un animale che cammina lungo un recinto”. Lydia conosce le peculiarità del luogo, spiega Skomal, probabilmente perché percepisce le anomalie magnetiche. Ma l'area è anche ricca di opportunità per nutrirsi, ed è probabile che sia proprio per questo che temporeggia vagando sopra questi picchi sottomarini.

Nell'Oceano Pacifico gli spostamenti su lunghe distanze degli squali bianchi sono solitamente legati proprio all'approvvigionamento di cibo, spiega Peter Kimley, esperto di questi predatori all'Università della California, Davis. Da settembre a novembre, ad esempio, vengono attirati dalle colonie di foche e leoni marini delle isole Farallon, vicino a San Francisco, oppure si dirigono verso l'isola di Guadalupe, al largo di Baja California. Poi riprendono a nuotare verso il Pacifico. I ricercatori stanno ancora cercando di scoprire cosa facciano in quelle zone, ma gli squali in ogni caso ritornano sempre verso le stesse coste frequentate da colonie di mammiferi marini.

Il viaggio di ritorno

Le coste degli Stati Uniti vedranno tornare Lydia? Secondo Dewar è molto probabile, perché si tratta di uno schema tipico degli esemplari femmina: danno alla luce i piccoli, nuotano al largo per nutrirsi e viaggiano a lungo, per circa due anni. Poi tornano indietro. “Però non abbiamo così tante femmine sotto controllo per poterne essere sicuri, c'è sempre la possibilità che ci sorprenda. Le femmine sono una componente fondamentale della popolazione, ed è importante sapere come si comportano per sviluppare le strategie di conservazione”.

Foto: R.Snow/OCEARCH
Fonte: nationalgeographic.it
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Reply #55 on: March 25, 2014, 17:45:14
Come ci ha ricordato solo pochi anni fa il drammatico incidente sulla Deep Water Horizon, i disastri petroliferi, purtroppo, rimangono un problema più che mai attuale. Se quello che ha colpito il golfo del Messico è stato il più grave disastro ambientale della storia americana, il più famoso invece rimane probabilmente quello della Exxon Valdez, la petroliera della ExxonMobil incagliatasi su una scogliera dello stretto di Prince William, in Alaska, il 24 marzo 1989.

La nave era una superpetroliera a scafo singolo lunga oltre 300 metri, capace di trasportare un milione e mezzo di barili di petrolio. Il giorno dell’incidente aveva deviato dalle normali rotte commerciali, a causa di alcuni piccoli iceberg incontrati all’imbocco dello stretto. Nonostante si trovasse a navigare in acque pericolose, la sera del 24 il capitano Joseph Hazelwood abbandonò la cabina di comando, lasciando la nave nelle mani del terzo ufficiale e di un membro dell’equipaggio. A causa di una serie di errori nella catena di comando, e di un monitoraggio insufficiente della navigazione, intorno alla mezzanotte la nave effettuò una virata troppo lentamente, incagliandosi nella scogliera dello stretto, e disperdendo in mare buona parte del suo carico: quasi 50 milioni di litri di petrolio.

Nel processo che seguì emerse in pieno la responsabilità del capitano: Hazelwood prima della collisione aveva bevuto diversi bicchieri di vodka, e le sue capacità di giudizio erano quindi offuscate a causa dell’alcol. Gli uomini che aveva lasciato alla guida della nave inoltre non avevano completato il turno di riposo obbligatorio di sei ore previsto prima di intraprendere un periodo di vedetta, e non erano quindi in condizione di rispondere adeguatamente all’emergenza.

In seguito all’incidente, la ExxonMobil mise in piedi quella che all’epoca era la più costosa operazione di bonifica ambientale mai realizzata: due miliardi di dollari furono spesi per pulire gli oltre 1.900 chilometri di costa inquinati dal petrolio della nave. Ma non fu abbastanza. L’impatto ambientale del disastro infatti è stato tra i peggiori della storia.

La stretto di Prince William ospitava un ricco ecosistema marino, composto prevalentemente di piccoli anfratti e scogliere. È in queste insenature che andò ad accumularsi la maggior parte del petrolio, distruggendo gli habitat delle specie acquatiche che vi abitavano, e inquinando i luoghi di nidificazione di moltissimi uccelli. Le statistiche oggi ci dicono che a seguito dell’incidente morirono oltre mezzo milione di uccelli marini, circa mille lontre, 300 foche, 250 aquile calve e 22 orche, oltre a milioni di pesci tra salmoni e sardine.










A 25 anni dall’incidente della Exxon Valdez, quali sono le conseguenze ambientali del disastro? Sul tema la comunità scientifica sembra dividersi. Uno studio del 2007 della National Oceanic and Atmosferic Administration ha stimato infatti che circa 98mila litri di petrolio contaminino ancora le coste della zona, e da analisi svolte nel 2013 è emerso che la popolazione di lontre locale mostra ancora i segni di un possibile avvelenamento da idrocarburi. Altri studi però indicherebbero che le sostanze inquinanti sono ormai localizzate unicamente in zone poco frequentate, e non rappresenterebbero quindi più un pericolo per la fauna locale.

Sul piano legale, a pagare è stata principalmente la Exxon Mobil, costretta a versare un risarcimento di oltre un miliardo di dollari. Nonostante sia stato ritenuto il principale responsabile dell’incidente, il capitano Hazelwood invece se l’è cavata con poco: una sospensione dal servizio, 50mila dollari di multa, e 1.000 ore di servizi sociali, da scontare ovviamente sulla terra ferma.

Autore: Simone Valesini
Fonte: galileonet.it
Foto: alaskadispatch.com
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Boom di specie tropicali, diminuiscono quelle di acqua fredda

(ANSA) - ROMA, 21 MAR - Specie tropicali che arrivano, specie d'acqua fredda che se ne vanno. Nel Mar Mediterraneo la biodiversità sta mutando e la causa principale è il cambiamento climatico che riscalda le acque. A spiegarlo il biologo marino Ferdinando Boero, dell'università del Salento, nel convegno 'Gestione sostenibile del Mare Mediterraneo', organizzato a Roma dall'Accademia dei Lincei per la Giornata mondiale dell'acqua.

Nel Mediterraneo, a causa del riscaldamento, si registrano due fenomeni: ''la meridionalizzazione, cioè lo spostamento delle specie verso Nord, e la tropicalizzazione, cioè l'insediamento di specie tropicali che formano popolazioni importanti e sono competitivamente superiori alle specie preesistenti, che in acque più calde si trovano in condizioni sfavorevoli'', ha detto Boero.

A portare nuovi inquilini nel Mare Nostrum sono anche le navi, che ''trasferiscono circa 10-12 miliardi di tonnellate di acqua di zavorra in tutto il mondo ogni anno, insieme a migliaia di specie marine'', ha osservato Andrea Cogliolo, deputy general manager della Rina Services. ''In qualsiasi momento da 3.000 a 4.500 specie diverse sono presenti nelle acque di zavorra; la stragrande maggioranza non sopravvive al viaggio, ma alcune possono trovare condizioni favorevoli e diventare invasive, modificando interi ecosistemi''.

Proprio le navi, secondo Boero, hanno portato nell'Adriatico una specie di medusa finora sconosciuta, appartenente al genere Pelagia, che prenderà il nome del biologo marino croato Adam Benovic scomparso 2 anni fa. A cambiare la biodiversità, non solo nel Mediterraneo, è poi la pesca insostenibile. ''Con un eccesso di pesca abbiamo tolto i pesci grandi dal mare, e ora peschiamo i pesci più piccoli per farne mangime per l'itticoltura. La natura non ama il vuoto, che è stato riempito dalle meduse'', ha osservato Boero. In pratica ''siamo passati da un mare di pesci a un mare di meduse''. (ANSA).


Mari di 500 milioni di anni fa popolati da giganti gentili
Mangiavano microrganismi come le balene

(ANSA) - ROMA, 26 MAR - I mari di 500 milioni di anni fa erano popolati da giganti gentili: erano crostacei simili agli attuali gamberi, ma lunghi quasi 2 metri, ma niente affatto aggressivi perchè si nutrivano di animali microscopici, in un modo molto simile a quanto fanno oggi le balene. La scoperta, pubblicata su Nature, si deve al gruppo di ricerca britannico coordinato dall'Università di Bristol che ha studiato fossili trovati in Groenlandia. I ricercatori hanno potuto ricomporre un vero e proprio enigmatico puzzle relativo all'Anomalocaride (Temisiocaris borealis), un bizzarro animale simile ai gamberi vissuto circa 500 milioni di anni fa nel periodo Cambriano, ossia nel periodo che vide una vera e propria esplosione di nuove specie. Il particolare aspetto di questo animale, come anche di molti gli altri 'strani' animali del Cambriano, aveva reso finora quasi impossibile capire le caratteristiche dell'Anomalocaride. Si ipotizzava infatti che le particolari appendici mobili presenti sulla testa dell'animale, all'altezza della bocca, fossero in qualche modo utilizzate per afferrare le prede e che quindi questi enormi gamberi fossero dei voraci predatori. Tuttavia i nuovi fossili dimostrano ora che le appendici erano costituite da spine poco distanziate tra loro, utilizzate per filtrare l'acqua e intrappolare piccoli organismi. Le appendici avrebbero quindi avuto un ruolo simile ai fanoni che le balene usano per catturare il plancton. La scoperta dimostra quindi che l'Anomalocaride fosse in realtà un gigante 'gentile' e permette di far luce sull'ecosistema marino di 500 milioni di anni, ricco di microrganismi. (ANSA).
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Reply #57 on: May 26, 2014, 02:57:09
L’80% dei comuni della Sardegna ha almeno una porzione del suo territorio ad elevato rischio idrogeologico. Sono 280 i Kmq di territorio che presentano superfici a pericolosità di inondazione,  ed a cui vanno aggiunte le superfici non comprese e indicate dal Piano stralcio delle Fasce Fluviali, 1523 i fenomeni franosi censiti che ricoprono una superficie complessiva di circa 1471 Kmq, pari a circa il 10% del territorio sardo, dato peraltro non comprensivo del rilievo di alcuni settori non censiti, quali le aree militari, le aree minerarie dismesse del Parco Geominerario e numerosi tratti di fasce costiere.

In Sardegna 337 sono i ponti stradali che in caso di eventi meteorologici intensi potrebbero essere causa di inondazioni  mentre sono 15 i ponti ferroviari, 128 edifici costruiti in aree di pertinenza fluviale ,  44 strutture fognarie sono ancora insufficienti, 31 opere di difesa del suolo non sono più efficienti o non sono correttamente manutenute,198 sono i punti di alvei o fiumi che necessitano di manutenzione.

E non certamente migliore è la situazione nel merito dei Piani di Emergenza.  Allo stato attuale infatti sono solo 233  su 377 (pari al 62%) i Comuni sardi che si sono dotati di un piano di emergenza strumento indispensabile per la prevenzione dei rischi e atto a fronteggiare l’emergenza, e 147 su 308 i comuni che hanno un Piano Rischio Idrogeologico.  Ribadiamo  l’importanza dell’istituzione degli Uffici Geologici di Zona e qualcosa la Regione ha fatto mettendo a disposizione  un piccolo fondo per convenzionare i geologi a supporto delle unioni dei comuni. Bisogna fare di più . Certamente è importante ricostruire quella strada o quel ponte , danneggiati dall’alluvione di Novembre , per riportare una naturale quotidianità alle popolazioni colpite ma poco o nulla si sta facendo per la manutenzione del territorio.

Ed i geologi vanno nelle scuole della Sardegna .  Nel 2014 abbiamo deciso di devolvere il premio Panetto (dal nome dell’ex  Vice Presidente dei Geologi della Sardegna , scomparso prematuramente ), alle scuole medie di Laconi e Nurallao  due paesi dell’entro terra sardo che l’estate scorsa hanno visto il loro boschi devastati da un incendio, con l’innesco di tutta una serie di problematiche riconducibili a fenomeni di dissesto idrogeologico.  Ci sembrava utile dare un messaggio che dalla scuola e dai ragazzi forse occorre ripartire per stimolare una nuova cultura dell’ambiente e del territorio.

Davide Boneddu , Presidente Ordine dei Geologi della Sardegna

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Reply #58 on: July 27, 2014, 20:18:37
Delle foto scattate il 17 luglio 2014 da Zhong Xin per  China News Service e pubblicate sul sito web cinese Ecns.cn, mostrano un esemplare di un insetto dell’ordine Megaloptera che è stato scoperto in una montagna del Chengdu, nelle provincia cinese dello Sichuan e che, con un’apertura alare di 21 centimetri, potrebbe essere l’ insetto acquatico più grande del mondo.



Non si sa molto di questo gigantesco insetto ma, come spiega Bec Crew su Scientific American e anche l’ecologia dell’intera famiglia Megaloptera, che include circa 300 specie descritte, resta in gran parte avvolta nel mistero: «Anche i  membri dei Megaloptera sono abbastanza poco conosciuti, dato che le larve passano tutto il loro tempo in acqua, avventurarsi fuori solo una volta quando arriva il momento di trasformarsi in pupe e diventare adulti. Di solito stanno  nei torrenti limpidi e in fiumi, paludi, stagni e laghi puliti, ma sono anche perfettamente in grado di sopravvivere nell’acqua fangosa e inquinata, il che li rende in più difficili da individuare».

Gli adulti hanno una vita relativamente breve che utilizzano soprattutto per cercare di accoppiarsi. Anche se sono dotati di enormi mandibole simili a zanne e di un apparato boccale, in realtà non mangiano praticamente nulla ed i maschi utilizzano queste vistose mandibole per attrarre le femmine e per trattenerle mentre si accoppiano.

Comunque il nuovo insetto gigante non è il più grande in assoluto: come peso è battuto dalla weta (Deinacrida heteracantha), con  un esemplare molto noto che  pesava 71 grammi, tre volte più di un topo, trovato dal biologo Mark Moffett in una remota regione della Nuova Zelanda.

La larva record, 58 grammi, è quella della  falena  Attacus atlas del sud-est asiatico, mentre l’insetto terreste più grande del mondo è lo scarafaggio rinoceronte (Macropanesthia rinoceronte),con  un peso di circa 35 grammi e che vive in Australia.

A vincere in lunghezza con 35,7 cm  è la femmina dell’insetto stecco gigante  Phobaeticus Chani, che con le zampe arriva a 56,7 centimetri.

fonte: greenreport.it
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Reply #59 on: November 24, 2014, 12:34:18
Gli squali cacciano a riva

Un video postato su Youtube ci mostra un centinaio di squali che divorano un banco di pesci serra (Pomatomus saltatrix) in prossimità della battigia su una costa del North Carolina, una circostanza piuttosto rara. Gli squali sono talmente concentrati sul loro pasto che molti di loro vengono trascinati sulla sabbia dalla corrente, mettendo così a rischio la propria vita.

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In base alla descrizione su Youtube, il video è stato girato nella zona degli Outer Banks della North Carolina da Donnie Griggs, esperto pescatore, subacqueo e surfista. La data delle riprese è il 9 ottobre, intorno a mezzogiorno, lungo la Cape Lookout National Seashore.

Gli squali si nutrono spesso in gruppo, mirando a banchi di piccoli pesci che in inglese vengono chiamati "baitfish". Normalmente però si cibano a svariate decine di metri dalla costa, spiega Gregory Skomal, biologo esperto di fauna ittica che studia gli squali per conto dello stato del Massachussetts. “Non avevo mai visto degli squali nutrirsi in prossimità della battigia, finendo per essere trascinati
fino alla zona intertidale”, commenta Skomal. “Penso si tratti di una circostanza piuttosto rara”.

Secondo le informazioni date da Griggs, gli squali stavano inseguendo i pesci serra. È plausibile, dice Skomal, aggiungendo che probabilmente si trattava di esemplari giovani (chiamati in inglese snapper blues), non più lunghi di 20 centimetri. Gli squali nel video “rischiano la vita” nuotando così vicino alla spiaggia, spiega Skomal, poiché potrebbero rimanere bloccati. “Sono talmente affamati che non pensano ad altro che a mangiare. È straordinario”. Secondo Skomal è difficile determinare a quale specie appartengono gli squali per via della bassa risoluzione del video. Ma sospetta si tratti di squali orlati o squali grigi.

Skomal fa notare che sopra a questi banchetti è normale veder volare molti gabbiani e pellicani. I pesci che predano come fanno gli squali, o i tonni, spesso portano le prede verso la superficie, dove gli uccelli riescono facilmente a catturarli. “I pescatori hanno ormai imparato che se vogliono trovare i pesci devono cercare gli uccelli”, commenta il biologo.

Riguardo al motivo per cui gli squali si nutrono in gruppo, molti scienziati ancora non sono sicuri se si tratti di una vera e propria cooperazione nella caccia o se semplicemente accada che si trovino nello stesso posto allo stesso momento: “un po' come quando trovi più persone affamate in un ristorante rispetto a una via qualunque. Perché è lì che si trova il cibo”. Che si tratti di coordinazione o meno, la presenza di un tale numero di squali concorre a far avvicinare i pesci predati tra loro, rendendone più facile la cattura.

Per rassicurare i bagnanti, Brian Recker, che ha caricato il video di Grigg su Youtube, scrive: “vogliamo sia chiaro che a Cape Lookout e nelle spiagge circostanti, nella zona est della North Carolina, si può fare il bagno senza alcun pericolo. La presenza di questi squali e di grandi banchi di pesci è la prova che si tratta di un ecosistema in ottime condizioni”.

di Donnie Griggs per nationalgeographic.it
Sempre camminerò per queste spiagge tra la sabbia e la schiuma dell'onda.
L'alta marea cancellerà l'impronta e il vento svanirà la schiuma.
Ma sempre spiaggia e mare rimarranno.
Kahlil Gibran


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