Surf casting, che passione!

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^NONNOROBY^

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  • Roberto
il: Novembre 12, 2013, 14:35:00
Che cos’è il surf casting? - Il significato letterale del lemma è semplicissimo: lancio tra le onde.  Questo significa che non si può parlare di surf casting se non ci sono le onde, e che quindi è una disciplina di pesca a fondo che si pratica con mare mosso o molto mosso.
 
Il surf casting è praticabile quasi esclusivamente dalla spiaggia, su fondale sabbioso e con rada presenza di scogli sommersi e/o di folta vegetazione, in quanto si basa sullo sconvolgimento che subisce il fondale per effetto delle onde che fa affiorare la microfauna che in condizioni di mare calmo vive sommersa sotto la coltre sabbiosa. Più precisamente, il surf casting si basa proprio sul forte richiamo che la microfauna ‘scoperchiata’ esercita sui grufulatori, che a loro volta rappresentano un richiamo per i predatori. Il teatro in cui si svolge la scena del surf casting è ben preciso: la coltre sabbiosa. Sabbia sotto i nostri piedi (la spiaggia) e ancora sabbia nel fondo marino (la zona di pascolo).

Sotto la coltre sabbiosa del fondale vive una moltitudine di organismi di cui si nutrono i pesci: durante l'estate proviamo ad immergerci con maschera e boccaglio anche a breve profondità, rivoltiamo due o tre manate di sabbia e restiamo in attesa di vedere il risultato. Noteremo di aver portato in superficie alcune telline e qualche vermetto. Immediatamente vedremo avvicinarsi incuriositi i granchietti, microscopiche mormorette, piccolissime tracine e trigliette. Raccogliamo qualche tellina e spappoliamola con le dita: il gruppetto di piccoli pescetti si avventa su quel cibo inaspettato. Giriamo lo sguardo attorno e vediamo avvicinarsi una spigoletta un po’ più grande, a sua volta attirata da tutto quel movimento. Più si avvicina e più si fanno guardinghi i piccoli pescetti, che hanno riconosciuto nella spigoletta un pesce predatore con cui magari dovranno fare i conti tra qualche mese.

La nostra è stata solo una piccola azione, avendo rivoltato poche manate di sabbia. Ebbene, provate ad immaginare questa azione moltiplicata per mille, per diecimila, per milioni, per miliardi di manate. Provate cioè ad immaginare questa azione di rivoltamento del fondo marino fatta per tutto il fronte dall'impetuoso infrangersi delle onde che, spinte dal vento, stravolgono il fondale scoperchiando un'enorme quantità di organismi che, da quel momento, restano in balia delle immancabili correnti che accompagnano l’evento e che li trascinano via secondo direzioni ben precise, facendoli accumulare in zone altrettanto ben precise (accumuli detritici ed organici). Inizia a formarsi la così detta catena alimentare, formata cioè da quegli organismi, dai piccoli pesci richiamati da essi e dai pesci più grandi a loro volta richiamati da quella moltitudine di pesci più piccoli, che rappresentano anch'essi un pasto succulento. In queste condizioni meteo marine, i pesci vengono richiamati sotto costa anche da distanze considerevoli, consapevoli che quella è l'occasione che aspettavano da tempo per sfamarsi con facilità. Queste zone di pascolo possono formarsi già a pochi metri dalla riva, come possono formarsi anche ad un centinaio di metri di distanza, anche a 120-130 mt, a seconda della conformazione del fondale.

La stagione invernale è la stagione più propizia per praticare il surf casting, perché è durante l’inverno che si ha la maggior frequenza nella  formazione di venti impetuosi, che a loro volta danno origine alle onde, che a loro volta rivoltano il fondale mettendo allo scoperto gli organismi sepolti sotto la sabbia. Più o meno a metà novembre cominciano a delinearsi le prime condizioni tipiche del surf casting: freddo, forte vento, pioggia, onde impetuose, distanze dalla riva da raggiungere. Occorrono zavorre pesanti e di foggia particolare perché l'impianto pescante non venga sputato a riva nel giro di pochi minuti. Ma per lanciare zavorre pesanti occorrono canne robuste e di ottima qualità: comincia quindi anche la prima selezione sul nostro tipo di canne.

Ma ancora non basta: bisogna perforare il muro di vento frontale o latero-frontale per arrivare con il nostro piombo piramidale da 2 etti a quei fatidici 100 mt in cui quel giorno si è formata la zona di pascolo. Ci tentiamo con il nostro side, ma non riusciamo a superare i 70 mt. Ci ricordiamo allora di aver sentito parlare di un lancio chiamato ground, tentiamo di farlo, ma le cose sono addirittura peggiorate, non essendo queste canne nate per questo tipo di lancio. Forse bisogna forzare di più.... Indietreggiammo la zavorra a ore 15 e forziamo maggiormente il lancio... Patatrack! La nostra telescopica da 250 € è andata in pezzi! Solo allora ci ricordiamo di aver letto da qualche altra parte che le telescopiche non sono adatte al lancio ground, che per fare questo tipo di lancio ci vogliono le canne a ripartizione di sezioni. Ma noi non le abbiamo mai volute comprare, ritenendole superflue ed eccessive, oppure abbiamo valutato di non essere in grado di gestirle, oppure non disponevamo di un budget sufficiente. A testa china, elencando tutta una serie di imprecazioni, cominciamo mestamente a sbaraccare con la solenne promessa di mandare il surf casting a farsi benedire una volta per tutte.
 
Ma può capitarci anche dell’altro, per far toccare il fondo al nostro morale: abbiamo la giusta attrezzatura, siamo in grado di utilizzarla al meglio, raggiungiamo la lunga distanza di pascolo... ma le ore passano inesorabili senza vedere un'abboccata. Intanto il freddo si fa sempre più pungente, qualche goccia gelata si infiltra nella nostra cerata e ci cola lungo la schiena, il vento soffia inesorabile. Ci rifugiamo sotto la nostra tenda, in attesa... niente! Ci andrà meglio domani, ci diciamo mentre raccogliamo la nostra attrezzatura con una certa stizza. Ma l'indomani la stessa storia: due saraghi da 300 gr in tutta la notte. Ed il giorno successivo ancora nulla. La frustrazione ci assale, non siamo più invogliati ad andare a surf casting nei giorni successivi, ci disaffezioniamo sempre di più, sino a quando non pubblichiamo il nostro annuncio: Occasione! Svendesi canne da surf casting come nuove causa inutilizzo.

"Ma questi sono casi limite!", penserete. Può d’arsi, ma nei tanti anni che ho trascorso a pesca, di questi casi limite ne ho visto veramente tanti. Il fatto è che molti si avvicinano al surf casting senza accettarne la filosofia, della quale fanno parte anche i cappotti, che possono essere altrettanto numerosi dei successi, se non di più.

Come riconoscere gli spot fruttiferi – Abbiamo detto all’inizio che surf casting significa letteralmente lancio tra le onde e quindi configura un tipo di pesca che si effettua con mare mosso o molto mosso, tanto che non si può parlare di pesca a surf casting se non ci sono le onde. Pertanto sembrerebbe che sia sufficiente che il nostro mare sia bello mosso per buttarci dentro l’esca e portarci a casa una preda da sogno. Magari fosse così semplice! La realtà è invece molto complicata ed è necessario uno studio preventivo assai approfondito per sapere dove lanciare l’esca che ci dia la possibilità di una resa proficua.

Quando ai surfcaster viene chiesto qual è il segreto del loro successo, la risposta che danno è sempre univoca: bisogna saper leggere il mare, in quanto è proprio questo il ‘segreto’ che il più delle volte riesce a trasformare un probabile cappotto in un successo. Questa lettura non è sempre facile e scontata, certe condizioni sono difficili da interpretare anche da parte dei più esperti, però molte situazioni si presentano ripetitive e quindi è più facile immagazzinarle come esperienze positive o negative, che ci aiutano a capire se è meglio insistere in quella battuta di pesca oppure se è meglio raccogliere la nostra attrezzatura e tentare in un altro giorno.
 
Il punto da cui partire è il vento che, nei nostri mari, è l’unica causa a provocare le onde, dato che nel Mediterraneo l’influenza della marea nella formazione del moto ondoso è nulla. Il vento sospinge la parte superficiale dell’acqua che, per attrito con la parte sottostante, assume un moto rotatorio e si innalza formando l’onda. Osservando un’onda dall’esterno si ha l’illusione ottica che ci sia uno spostamento longitudinale di una massa d’acqua, mentre in realtà c’è solo il suo innalzamento, cioè un’onda si limita a sollevarsi e ad abbassarsi ma senza avanzare: è solo questo continuo abbassarsi ed innalzarsi dell’onda che da l’impressione che essa avanzi. Quella che avanza, in realtà, non è una massa d’acqua, ma solo l’enorme energia sprigionata da questo movimento di su e giù.
 
Quando la massa d’acqua si solleva forma la cresta dell’onda, quando si abbassa forma la gola (o incavo) dell’onda: la distanza tra cresta e gola indica l’altezza dell’onda, mentre la distanza tra una cresta e quella successiva indica la larghezza dell’onda. Altezza e larghezza dell’onda saranno tanto maggiori quanto maggiore è la forza del vento, con la differenza che l’altezza è comunque limitata ad una decina di metri, mentre la larghezza può essere anche di centinaia di metri
 


Nel Mediterraneo, per misurare la forza del vento si usa la scala graduata di Beaufort, la cui gradazione va dal grado 0 (che corrisponde ad una velocità del vento praticamente nulla o al massimo di 1 km all’ora), al grado 12 (che corrisponde ad una velocità del vento superiore ai 118 km all’ora, definita uragano):



mentre per misurare la forza del mare si usa la scala Douglas, da cui si desume l’altezza delle onde. In questa scala, un mare forza 0 corrisponde ad un’altezza d’onda di 0 metri, mentre un mare forza 9 corrisponde ad un’altezza d’onda di oltre 14 metri:
 


Seguendo i bollettini metereologici e/o i bollettini ai naviganti, possiamo informarci sulle condizioni del mare prima di intraprendere, per esempio, un lungo viaggio sino alla costa che potrebbe rivelarsi inutile se le condizioni del mare non sono quelle adatte al surf casting, perché magari troppo calme o, al contrario, troppo mosse. Sarebbe del tutto inutile affrontare un lungo viaggio se il bollettino ci annuncia, per esempio, un mare forza 5 o superiore, che renderebbe di fatto impossibile qualsiasi tipo di pesca, mentre un mare sino a forza 2 potrebbe suggerirci che magari è meglio predisporre una battuta a beach ledgering che a surf casting.

Se abitiamo invece vicino al mare, possiamo sempre cercare di sfruttare la nostra giornata libera da dedicare alla pesca recandoci in spiaggia per osservare in loco quale tipo di pesca le condizioni del mare ci suggeriscono di fare, mediante una valutazione ‘ad occhio’ basata sulla nostra esperienza o, ancora meglio, adottando il sistema empirico ma assai efficace di misurare il tempo che intercorre tra un’onda e l’altra che infrangono sulla battigia. Ci posizioniamo in riva al mare ed osservando l’orologio contiamo il numero di onde che infrangono sotto i nostri piedi nell’arco di un minuto:
·   da 1 a 5 onde al minuto: indice di mare calmo, molto più adatto al beach ledgering che al surf casting.
·   da 5 a 12 onde al minuto: indice di mare poco mosso o mosso. Se si tratta della fase montante del mare, questo potrebbe essere già buono per dedicarci al surf casting, in quanto il fondale sta già iniziando a smuoversi; se invece si tratta di scaduta inoltrata l’attività dei pesci potrebbe essersi già esaurita da tempo ed il fondo comincia a richiudersi. Se arriviamo al nostro spot con il mare in queste condizioni, già che siamo sul posto conviene comunque tentare la pesca con una generica attrezzatura da fondo.
·   da 12 a 18 onde al minuto: indice di mare mosso o molto mosso. Questo è il mare ideale per praticare il surf casting in quanto i pesci sono al massimo della loro attività. Se il mare è in fase di scaduta, ci troviamo nelle migliori condizioni per pescare con maggior proficuità con attrezzatura specifica da surf casting.
·   Oltre le 18 onde al minuto: indice di mare agitato. In questo caso la corrente primaria (vedi più avanti) non solo è troppo forte per i pesci, ma anche per la nostra lenza, che non potrebbe essere trattenuta ‘in pesca’ neanche dai piombi più ancoranti e pesanti che la nostra canna è in grado di lanciare.
A questo proposito c’è da notare che se lanciassimo in acqua un piombino di anche solo 5 gr, ma non collegato ad alcuna lenza, questo leggerissimo piombino non verrebbe scalzato dal fondo neanche dal mare più agitato (ci vorrebbe un maremoto).
Se invece lanciassimo in acqua un piombo, anche pesantissimo e ancorante, ma collegato ad una lenza, questo verrebbe scalzato dal fondo perché trascinato via dall’apparato formato da lenza madre e calamento a cui è collegato, in quanto è proprio questo apparato a subire l’influsso della violentissima corrente primaria che se lo trascina a terra: la pressione esercitata dalla corrente sulla lenza è tale che il piombo viene scalzato via dal fondo, anche se è molto pesante e/o di foggia ancorante (piramidale, spike e similari). Ma anche se l’apparato restasse comunque in pesca, c’è sempre la possibilità che la violenza delle correnti sia tale da non consentire ai pesci di permanere in zona.

Può essere interessante introdurre a questo punto anche la rosa dei venti, in quanto è un vento che soffia ortogonalmente alla nostra costa che da origine alle onde che ci interessano per la pesca
 


Supponiamo di trovarci su una spiaggia esposta a ovest (osservando la figura: PONENTE, W, 270°) e con un forte vento che soffia dal mare verso la nostra direzione: le onde saranno tanto più grosse quanto più il vento soffia frontale (da PONENTE), ma non sarebbero molto meno grosse anche se soffiasse da MAESTRALE o da LIBECCIO.
Se invece il vento provenisse da est, alle nostre spalle (LEVANTE, E, 90°), sotto costa non avremo formazione di onde, che si formerebbero invece al largo e con direzione opposta alla costa, e quindi con significato praticamente nullo per il surf casting, in quanto il mare davanti a noi sarebbe piatto.

Le coste italiane sono più o meno sottoposte a venti costanti, per esempio in Sardegna si ha la prevalenza del Maestrale, per cui, anche se in modo molto approssimativo, le coste sarde in cui si presentano più frequentemente le condizioni da surf casting sono quelle che vanno da Ovest (W, ponente) a Nord-Est (NE, grecale), cioè le coste comprese tra il 4° e il 1° quadrante.
 
In mare aperto privo di ostacoli il moto ondoso consiste in un continuo innalzamento ed abbassamento della massa d’acqua ed il moto di ‘sali e scendi’ risulta regolare perché l’altezza del fondale è superiore all’altezza dell’onda. Quando la cresta dell’onda si abbassa e si trasforma in gola dell’onda, la massa d’acqua che compone la cresta, abbassandosi, produce un impatto tremendo sulla massa d’acqua ad essa sottostante, impatto però che non crea conseguenze in quanto il fondale è ancora alto.
In prossimità della costa, invece, a causa del fondale che comincia ad abbassarsi, le conseguenze di questo impatto tremendo si fanno sentire eccome, ed esattamente nel punto in cui l’altezza del fondale diventa pari all’altezza dell’onda, la massa d’acqua della cresta che si abbassa per trasformarsi in gola va ad impattare potentemente direttamente sul fondale, in quanto non c’è un cuscinetto intermedio di altra acqua come avviene al largo.

Questo tremendo impatto di massa d’acqua direttamente sul fondale produce due fenomeni contestuali:
-   il primo è che il moto ondoso regolare di ‘sali e scendi’ si frange (cioè si rompe), dando origine a quello che viene chiamato frangente:  cioè il movimento di sali e scendi della massa d’acqua si trasforma in un movimento di avanzamento di questa massa
-   il secondo, che è poi quello che maggiormente ci interessa dal punto di vista piscatorio, è che il fondale sabbioso viene squarciato, aperto, dilaniato dall’impatto, liberando in questo modo i preziosi micro organismi che custodiva gelosamente trasformandoli in pasto succulento per i pesci.
Il frangente che avanza è la parte a noi visibile del fenomeno e crea la così detta corrente primaria che spinge la massa superficiale dell’acqua (che può avere uno spessore da una decina sino ad un centinaio di centimetri) dal mare verso la costa. Sotto la corrente primaria si forma contemporaneamente un’altra corrente, di quasi pari intensità ma di senso contrario, che spinge la massa d’acqua sottostante dalla costa verso il largo, chiamata corrente secondaria. Questo ‘risucchio’ non lo vediamo (se non nell’ultimissimo tratto a ridosso della battigia), ma lo sentiremmo in tutta la sua potenza se lanciassimo una lenza a pochi metri davanti a noi.
 


Il frangente e le sue correnti contribuiscono massimamente ad agevolare l’efficacia che assume il secondo fenomeno dell’impatto tra onda e fondale, che come abbiamo visto rende possibile lo scoperchiamento della coltre sabbiosa sotto cui vivono gli organismi che daranno origine alla catena alimentare sulla quale si fonda il surf casting, come vedremo poco più avanti.
 
Se il fondale si mantiene basso sino a lunga distanza dalla riva (p.e. 100 – 120 mt, coste laziali e adriatiche), l’onda frange a quella lunga distanza da riva, mentre può frangere a breve distanza (p.e. 40 – 50 mt, coste liguri e sarde) se il fondale inizia ad abbassarsi solo a quella breve distanza. Nel primo caso si parla di spiagge a bassa energia, nel secondo caso si parla di spiagge ad alta energia. L’energia, come abbiamo detto, è quella che:
-   al largo viene sviluppata dal moto di sali e scendi della massa d’acqua, e che non influenza direttamente l’attività della pesca
-   in prossimità della costa viene sviluppata dal frangersi delle onde, che trasformano il movimento di sali e scendi in un movimento di avanzamento della massa d’acqua.
L’energia sviluppata dal movimento di avanzamento della massa d’acqua è quella che maggiormente influenza la nostra azione di pesca, in quanto da origine alla formazione di due potenti correnti che si sviluppano contemporaneamente ma con verso opposto: la corrente primaria, superficiale, che sospinge la massa d’acqua dal mare verso la riva, e la corrente secondaria,  in profondità, che sospinge invece la massa d’acqua sottostante in senso opposto, ovvero da riva verso il largo (da notare che la corrente secondaria cessa di esistere subito dietro il punto in cui ha avuto origine la corrente primaria, in pratica subito dietro il frangente):
 


La corrente secondaria ha un’importanza fondamentale nella pesca a surf casting: il fondale sabbioso, scavato dall’impatto dell’onda, mette allo scoperto gli organismi che vivono sotto la coltre sabbiosa e che vengono trascinati inizialmente dalla corrente primaria verso riva, poi la corrente secondaria ‘risucchia’ questi organismi, insieme ad altri detriti, trascinandoli e depositandoli dietro il frangente, punto in cui cessa il suo effetto. La zona in cui questi organismi, insieme ai detriti, vengono depositati, sarà la zona fondamentale in cui lanciare le nostre esche, in quanto sarà quella in cui andranno a cibarsi i pinnuti, ovverossia sarà la zona di pascolo in cui avrà origine la catena alimentare.

La compattezza del fondale può presentarsi con una consistenza del tutto uniforme oppure con consistenze differenti anche tra zone ravvicinate. In un fondale molto compatto (con una consistenza ‘dura’) l’onda, impattandoci sopra,  da origine ad un unico frangente (il frangente forma un fronte unico), e ciò è abbastanza riconoscibile osservando non solo il mare ma anche la battigia, che presenta un andamento rettilineo e regolare parallelamente al mare. Un frangente a fronte unico non è un buon indice di pescosità: un fondo duro e molto compatto, a parte che viene scalfitto in modo insignificante dal frangente, non rappresenta certamente un habitat ideale per gli organismi che vivono sotto la coltre sabbiosa, pertanto potrà pure formarsi un deposito detritico ma che sarà in ogni caso poverissimo di organismi
 


Quando un fondale si presenta invece con zone con compattezza ‘molle’ è molto facile che gli organismi lo scelgano come habitat ideale. Le onde, quando vi impattano e ne sconvolgono la coltre sabbiosa, scoperchiano questi organismi che, per effetto della corrente secondaria, saranno trascinati in quel punto in cui formeranno l’accumulo detritico che darà origine alla zona di pascolo. Anche questo fenomeno è abbastanza riconoscibile osservando il mare, ma lo è ancora di più osservando la battigia, che non conserverà più un andamento rettilineo e regolare parallelamente alla spiaggia ma mostrerà rientranze o protuberanze (punte) a seconda delle zone più o meno ‘molli’ del fondale antistante. Le punte della battigia (che si protendono anche sotto la superficie dell’acqua verso il largo) si formano perché la zona a loro antistante è composta da sabbia più compatta che risente di meno dell’impatto dell’onda, mentre le rientranze sono dovute al fatto che la zona ad esse antistante è composta da un fondale sabbioso molle che viene scavato dall’acqua che defluisce dalla riva verso il largo creando un avvallamento perpendicolare alla spiaggia. Questo avvallamento prende il nome di canalone perpendicolare. Il fondo del canalone viene continuamente smosso per tutta la sua lunghezza, mettendo allo scoperto gli organismi che, finché non saranno trascinati definitivamente dalla corrente secondaria in zona di pascolo, rimangono sballottati per tutta la lunghezza del canale che in questo modo diventa esso stesso un forte richiamo per i grufulatori. Guardando il mare, il canalone si può individuare facilmente in quanto la sua superficie acquea è piuttosto calma rispetto a quella dei suoi lati, nei quali è invece abbastanza turbolenta, ed il colore è più scuro perché li l’acqua è più profonda. In pratica, è come se si conformasse un ‘vialone d’acqua’ che dalla riva conduce al largo. Guardando la battigia, il canalone è più facilmente individuabile in quanto la riva presenta una rientranza di solito delimitata da due punte    



Quanto visto finora sulla conformazione di uno spot ideale  è il più semplice da interpretare ed individuare: se tutti gli spot fossero così, la nostra attività di surfcaster sarebbe alquanto facile e comoda.
Ma se il nostro spot non si presenta con queste caratteristiche, vuol quindi dire che non è adatto per il surf casting? Assolutamente no, perché uno spot adatto potrebbe presentarsi anche con variazioni molto differenti. Vediamo come individuarli.
Intanto è bene sapere che la compattezza di un fondale è data dalla granulometria della sua sabbia. Ovviamente una spiaggia ciottolosa o ghiaiosa è la più facilmente individuabile tra quelle non certamente ideali per la pesca a fondo, ma esaminando da vicino le dimensioni dei granelli di sabbia possiamo imparare a distinguere un fondale che almeno teoricamente potrebbe rivelarsi più fruttuoso di un altro. Questa è una scala che misura la granulometria di una spiaggia (cioè la grossezza dei singoli granelli) che ci consente di definire se la sabbia è fine, media o grossa:

Misura         Aspetto
> 256 mm..........   Blocchi     
64–256 mm   .......   Ciottoli     
32–64 mm..........   Ghiaia molto grossa     
16–32 mm.........   Ghiaia grossa     
8–16 mm...........   Ghiaia media     
4–8 mm.............   Ghiaia fine     
2–4 mm............. Ghiaia molto fine     
1–2 mm.............   Sabbia molto grossa     
½–1 mm............   Sabbia grossa     
¼–½ mm...........   Sabbia media     
125–250 µm.......   Sabbia fine     
62.5–125 µm......   Sabbia molto fine

Più la sabbia è fine, più facilmente viene scelta dagli organismi come loro habitat. Inoltre la granulometria ci aiuta a capire anche l’altezza del fondale e come questo digradi dalla riva verso il largo: più la sabbia è sottile, più il fondale degrada dolcemente verso il largo, tanto da potersi configurare una distanza significativa per la pesca, per esempio, dopo 100 – 120 mt dalla riva, perché è li che vengono depositati i detriti e gli organismi. Pertanto più è sottile la sabbia, più lontano da riva si forma il primo frangente (e più lontano da riva si forma la zona di pascolo). Queste sono le così dette spiagge a bassa energia. Viceversa, più aumenta la granulometria della sabbia, più il fondale degrada decisamente, tanto che si possono avere distanze significative per la pesca, per esempio, già a 50 – 60 mt dalla riva. Queste ultime sono quelle che vengono definite spiagge ad alta energia.
Ciò non significa che una spiaggia ad alta energia sia più proficua piscatoriamente rispetto ad una a bassa energia, significa solamente che nel primo caso dobbiamo cercare di depositare le nostre esche a 100 – 120 mt dalla riva e nel secondo caso a distanze più facilmente raggiungibili.
E’ però differente l’energia che si forma (creata dalla corrente primaria e secondaria), per cui per esempio nel primo caso il peso del piombo da utilizzare dovrà essere sufficiente a trascinare il calamento sino a 100 – 120 mt (poniamo 150 gr), mentre nel secondo caso tale grammatura, più che sufficiente a raggiungere la breve distanza, potrebbe invece rivelarsi insufficiente a trattenere il calamento in zona di pascolo, in cui è magari necessario un piombo piramidale da 200 gr per contrastare la maggiore energia sviluppata dalle correnti.

Altri elementi che contribuiscono alla formazione di un habitat ideale sono la vicinanza della foce di un fiume, sia per il risaputo richiamo dell’acqua dolce che per l’apporto di fanghiglia o di altri elementi organici da cui molti organismi che vivono sotto la sabbia traggono nutrimento. Anche la presenza di praterie di posidonia è indice di habitat di organismi tra i loro steli, benché quando le posidonie sono fitte non agevolano certamente l’azione di pesca.

La struttura del fondale può dare origini ad altre configurazioni di cui dobbiamo tenere conto, per individuare uno spot ancora adatto al surf casting. Tra queste, per esempio, riveste un’importanza fondamentale la presenza di canaloni trasversali (o canaloni paralleli), cioè quei canaloni che si formano non perpendicolarmente alla spiaggia ma parallelamente ad essa. Anche in questi canaloni si formano zone di pascolo molto interessanti, per cui è bene saperli individuare per poterli intercettare con il nostro calamento. Sono riconoscibili sia perché la loro superficie è meno turbolenta di quella della zona che li precede e li segue e sia perché il colore dell’acqua è più scuro in quanto la profondità è maggiore (i bassi fondali presentano un colore più chiaro)
 

(Foto gentilmente offerta da Google Immagini)



Nell’immagine, A1 + A2 rappresenta il primo frangente che si forma quando l’onda impatta col fondale (cioè quando l’altezza dell’onda è pari all’altezza del fondale). Il frangente è diviso in due fronti (A1 e A2) dal canalone perpendicolare B (che in questo caso non arriva sino alla battigia) e che prende il nome di finestra. C1 e C2 sono canaloni paralleli alla spiaggia: C1 più lontano dalla riva, C2 più vicino alla riva.
La presenza dei canaloni paralleli al di qua del primo frangente fa si che la corrente secondaria non trasporti i detriti e gli organismi sino a subito dietro il frangente, ma li depositi direttamente nei canaloni paralleli, data la loro maggiore profondità e minore turbolenza. La finestra rappresenta il punto di ingresso dei pesci che vanno a cibarsi nei canaloni paralleli. Da tener presente che nei canaloni paralleli si forma un terza corrente che, a seconda della direzione da cui spira il vento, si muove nei canaloni da sinistra a destra o viceversa. Ammettiamo che viaggi da sinistra a destra: siccome il pesce mangia contro corrente, è molto più probabile che il pesce stazioni sulla destra in attesa che la corrente gli trascini il cibo ‘direttamente in bocca’… Disponendo di tre canne, una andrebbe lanciata nel punto B, una nel punto C2 e la terza nel punto C1. Disponendo di due, una andrebbe lanciata nel punto C2 e l’altra nel punto C1, oppure nel punto B e C1 oppure nel punto B e C2. In pratica, nel corso della battuta, andrebbero sondati tutti e tre i settori B, C1 e C2.

Un’altra conformazione del fondale potrebbe essere data dai rialzi di dune di sabbia più compatta parallele alla battigia, sulle quali frange l’onda, senza che per questo sia presente tra le dune un canalone parallelo
 


Nell’immagine, B1+B2+B3+B4+B5 rappresentano dune di sabbia parallele alla battigia e A1+A2+A3+A4+A5 i relativi frangenti che infrangono su di esse. Questa situazione è abbastanza complicata sia per una inferiore quantità di sabbia ‘molle’ a disposizione degli organismi, sia per il compito di trascinamento della corrente secondaria che viene ostacolato dalle dune e sia per la formazione di ulteriori correnti trasversali create dall’impatto delle onde sulle dune. Il punto migliore è rappresentato in questo caso dall’eventuale presenza di una finestra. Vanno sondati più punti durante l’azione di pesca.

L’influenza della marea sul surf casting – Questo è un argomento molto delicato, in quanto sono molto diversi i pareri dei surfcaster sull’effettiva influenza che può avere la marea in questo tipo di pesca. Personalmente mi limito ad esprimere il mio parere in base alle mia effettiva esperienza. La marea non è altro che l’innalzarsi e l’abbassarsi del livello del mare causato sia dalla forza centrifuga creata dalla rotazione terrestre sia, soprattutto, dall’attrazione esercitata sulla massa d’acqua dai corpi celesti che ruotano intorno alla Terra, dei quali la Luna, essendo il corpo celeste più vicino ad essa, ha la prevalenza. La massa d’acqua viene attirata dalla Luna nella propria direzione, per cui si avrà un innalzamento del livello del mare sulle coste che in quel momento si trovano più ‘vicine’ alla luna ed un conseguente abbassamento del livello sulle coste che si trovano esattamente contrapposte. A causa della rotazione della Luna intorno alla Terra si avrà, in un determinato momento, un’inversione del fenomeno per cui le coste che prima si trovavano ad essere le più vicine alla Luna si troveranno ad essere le più lontane, e viceversa, e quindi dall’alta marea queste coste passeranno alla bassa marea. Questo ciclo si ripete con tempi ben precisi ed il passaggio dalla massima di marea a quello di minima avviene ogni 6 ore circa.

Negli oceani, i dislivelli creati dalla marea possono essere talmente elevati che una marea ‘montante’ può avanzare con una carica di energia talmente prorompente da riuscire a scoperchiare dalla coltre sabbiosa i micro organismi che formeranno la catena alimentare, mentre nel Mediterraneo i dislivelli di marea sono talmente contenuti e così scarichi di energia che il loro apporto è più che altro quello di sospingere acqua ‘fresca’ ed organismi già scoperchiati verso la costa, piuttosto che quello di scoperchiarli dalla coltre sabbiosa.
Nelle mie battute di surf casting non ho mai notato differenze significative sulla frequenza delle catture o sulla mole delle prede, ma fosse anche solo per scaramanzia non nuoce certamente tenere in considerazione anche l’aspetto della marea. Almeno teoricamente, quella che influenza favorevolmente la pesca è l’alta marea, e precisamente il suo effetto inizia 2 ore prima della massima e dura per altre 2 ore dopo il picco.

Le zone migliori per il surf casting -  Dopo aver visto le varie combinazioni di fondali davanti alla nostra postazione possiamo tentare di stilare una classifica delle zone che, almeno teoricamente, dovrebbero dare i migliori risultati.
Intanto, quando arriviamo al nostro spot, la prima cosa da fare ancor prima di scaricare dalle nostre spalle zaino e attrezzatura, è quella di metterci a leggere il mare, cioè osservare i fenomeni descritti in precedenza per stabilire se il fondale davanti a noi può regalarci una battuta fruttifera o solo un solenne cappotto. Quello che ho notato in tanti anni di pesca è che non tutti i pescatori hanno voglia di farlo (la loro smania è quella di armare le canne e lanciare il più presto possibile), non tutti vanno al di là di una lettura superficiale e ben pochi trovano il coraggio di camminare lungo la battigia alla ricerca di una postazione migliore (che può trovarsi anche a centinaia di metri dal punto di arrivo, senza contare: a destra o a sinistra?). Se a questo aggiungiamo la muraglia di vento gelido che rende oltremodo difficoltoso il lancio non solo a distanza ma anche nella giusta direzione e che la nostra attrezzatura non è assolutamente in grado di affrontare la situazione, ecco che dopo poche uscite molti pescatori rinunciano al surf casting per dedicarsi ad una pesca a fondo molto meno stressante. In genere, questi pescatori sono quelli che, dopo aver acquistato un libro sul surf casting, saltano a piè pari i capitoli che riguardano gli argomenti che abbiamo appena trattato per passare direttamente a quelli che trattano i calamenti, le esche e le attrezzature perché sono più facili da assimilare ed attuare.

Quando arriviamo al nostro spot, i più fortunati di noi sono quelli che hanno l’opportunità di osservare il fondale da una postazione sopraelevata, quale per esempio una duna di sabbia. Come detto precedentemente, prima di scaricare l’attrezzatura cominciamo ad osservare anzitutto  la conformazione della battigia per vedere se presenta punte e rientranze, poi osserviamo l’acqua per individuare la presenza di canaloni e finestre e stabilire la locazione della presumibile zona di pascolo formata dai serpentoni detritici paralleli alla spiaggia.

Scendendo dalla duna verso la riva, osserviamo la granulometria della sabbia, scrutandone anche la superficie per vedere se e quali organismi la mareggiata vi ha ‘sputato’ sopra (bibi, arselle, cannolicchi, anche se i soli gusci vuoti, pezzetti di calamaro e di seppia, ecc.).

La miglior lettura del mare riusciamo a farla in piena luce del sole, ma se abbiamo deciso di fare una battuta notturna è sempre meglio arrivare in spiaggia prima che inizi il tramonto, perché al buio la superficie del mare ci apparirà come una massa scura omogenea in cui al massimo riusciremo a distinguere i frangenti più vicini. Possiamo azzardarci di arrivare a buio pesto se già conoscuiamo a perfezione lo spot.

La postazione migliore sarà quella il cui fondale presenti un canalone perpendicolare e/o uno o più canaloni paralleli, con una granulometria della sabbia tra fine e media. Se le nostre attrezzature non sono adeguate, oppure le nostre doti balistiche non sono ancora a punto, sono da preferire le presumibili zone di pascolo che si formano a breve distanza dalla riva, perché più facilmente raggiungibili, e quindi senza perdere il nostro tempo in inutili quanto frustranti tentativi di raggiungere punti che la nostra attrezzatura e/o la nostra tecnica non ci consente.

Se i canaloni sono già occupati da altri pescatori, possiamo sempre tentare dalle punte, non lanciando però dritti (le punte si inoltrano anche dentro l’acqua) ma piuttosto ai fianchi delle punte stesse.

Se non riusciamo a raggiungere il primo frangente (o, meglio, qualche metro oltre il primo frangente) perché troppo distante, possiamo sempre lanciare in quello successivo più vicino alla spiaggia.

Prima di collegare il calamento allo shock leader, saggiamo il fondale con il solo piombo per stabilire se si tratta di un fondo aperto oppure chiuso.  Nel fondo aperto il piombo tende ad affondare e avremo più difficoltà durante il suo recupero, mentre in un fondo chiuso il piombo tenderà a saltellare e viene recuperato più facilmente. Un fondo aperto indica che l’impatto dell’onda è riuscito a smuovere il fondale ed è molto probabile che sotto la coltre sabbiosa ci sia l’habitat degli organismi, ed il fatto che sia ancora aperto indica che gli organismi sono ancora in sospensione.

Dobbiamo poi stabilire la direzione della corrente o delle correnti laterali che, contrariamente alla primaria e secondaria, non hanno direzioni fisse ma variabili: il nostro lancio dovrà avvenire a monte di queste correnti in quanto il pesce mangia contro corrente, se lanciamo troppo a valle il pesce potrebbe già essere risalito a monte per anticipare la ‘concorrenza’.

La vicinanza di una foce, se non ha sporcato molto l’acqua con fanghiglia o detriti in sospensione, è un ottimo richiamo per il continuo apporto di nutrimento organico che, finché resta in sospensione, funge da forte richiamo (in seguito, quando le condizioni del mare si calmeranno, queste sostanze organiche si depositeranno e di esse si nutriranno anche gli organismi sepolti, per cui le zone nei pressi di una foce diventano l’habitat ideale per questi organismi, che vi si insediano numerosi).

Altri buoni spot sono rappresentati dai fondali misti, in cui sono presenti rocce ricoperte di vegetazione o praterie di posidonia, giacché la presenza di vegetazione, in entrambi i casi, cela al suo interno microrganismi vari che danno origine alla catena alimentare. Ovviamente la pesca fatta in queste zone è molto più difficoltosa per la probabilità di incagli, ma se lo spot è fruttuoso vale la pena di utilizzare il sistema del piombo a perdere. Se riusciamo comunque ad intravedere una zona sabbiosa tra le rocce e le posidonie, possiamo indirizzare in quel punto i nostri lanci riducendo al minimo gli incagli.

Se le condizioni del mare sono proibitive per i nostri piombi più pesanti, lo sono anche per i pesci che cercheranno posti più riparati per nutrirsi. Uno di questi posti potrebbe essere una baia in cui l’onda va ad infrangersi sui promontori che la formano, mentre il mare al suo interno si mantiene relativamente calmo o comunque affrontabile con la nostra attrezzatura.

In qualsiasi situazione ci si trovi, se notiamo che la nostra battuta sta rischiando di trasformarsi in un cappotto, non dobbiamo mai darci per vinti ma giocarci tutte le carte a nostra disposizione: allungare od accorciare i braccioli, variare i calamenti (long arm, short arm, pater noster…), variare l’esca, disporre l’esca diversamente... Il surfcaster, anche se difficilmente accetta la resa incondizionata, è tuttavia riuscito a forgiarsi un carattere che gli consente di accettare la sconfitta con serenità, per cui quando raccoglie la sua attrezzatura dopo un cappotto, nella sua mente non sta meditando di mandare al diavolo il surf casting, quanto piuttosto sta già iniziando ad escogitare una strategia migliore per la sua prossima battuta.
Se invece sentiamo di non essere in grado di affrontare tutte le avversità che si presentano a surf casting, allora è meglio cambiare decisamente tipo di pesca se non vogliamo che ci venga l’ulcera.

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Risposta #1 il: Novembre 13, 2013, 12:19:04
Le prede del surf casting e loro esche - Quelle elencate sotto sono le prede più comuni del surf casting, ma naturalmente non sono le sole. Non dimentichiamo, infatti, che anche a surf casting, come in qualsiasi altro tipo di pesca, l’esca non riporta alcun cartellino che indica ‘Esca riservata a…’, pertanto qualsiasi tipo di pesce che si trovi a passare vicino all’esca potrebbe esserne attirato, a meno che l’esca non sia dotata di un duro carapace (come il granchio) o di un duro guscio (come il murice), che la mettono al riparo dall’attacco da parte di quei pesci non dotati di un robusto apparato masticatorio o che non sono soliti ingoiare il boccone senza masticazione.
Tutte le altre esche molli potrebbero essere aggredite anche da quei pesci che in condizioni diverse dal surf casting magari le ignorerebbero, perché lo status che viene a crearsi durante lo sconvolgimento che subisce il fondale in condisurf scatena una frenesia alimentare come difficilmente si crea in altre occasioni.
 
Il tipo di prede catturabili ci consentono di fare una distinzione tra surf casting leggero e surf casting pesante, e questa distinzione ci agevola su come impostare la nostra battuta di pesca. Per surf casting leggero si intende quel tipo di pesca rivolto alla cattura dei grufulatori o ad essi assimilabili, che si cibano in prevalenza degli organismi che vivono sotto la coltre sabbiosa, mentre per surf casting pesante si intende quel tipo di pesca rivolto alla cattura dei predatori, che in linea di massima preferiscono cibarsi di pesci interi o in grosse porzioni. Questo ci permette, almeno in via teorica, di fare una pre-selezione sui tipi di pesci che intendiamo insidiare, anche se non sempre le cose funzionano così come le abbiamo predisposte.

Può infatti capitare che su un amo del N.6/0 escato con un’intera sardina vada ad abboccare un sarago da 800 gr, mentre la spigola da 5 kg per la quale avevamo predisposto quest’esca vada ad allamarsi sull’amo N.2 escato col fasolare che avevamo invece predisposto per il sarago da 800 gr. Ma in linea di massima le cose vanno per il verso giusto.

A inizio battuta, potremmo per esempio predisporre una canna a surf casting leggero, escata magari con un cannolicchio sgusciato su un amo N.2, e predisporre l’altra canna a surf casting pesante, escata magari con un muggine vivo, morto o in filetto, poi, durante il corso della battuta, in base ai risultati che si vanno sviluppando, si potrebbe optare di armare entrambe le canne a surf casting leggero, o entrambe a surf casting pesante o ancora lasciarle con la predisposizione inziale.
Se conosciamo alla perfezione il nostro spot, possiamo sfruttarne da subito le caratteristiche armando per esempio entrambe la canne con una determinata esca che sappiamo essere la più gradita in quello spot…

Sarago

La preda più comune del surf casting leggero è il sarago, di cui il più diffuso è il sarago maggiore
 


che può superare anche i 2 kg di peso e la taglia di 40 cm. La sua dentatura è talmente potente che riesce a spaccare il guscio di arselle, cozze, cannolicchi, granchi e persino del murice. Il sarago è la preda più comune per due motivi: è un formidabile nuotatore, per cui affronta tranquillamente anche chilometri di distanza pur di non mancare al banchetto offerto dalla turbolenza sotto costa, e lo si può trovare sia nelle zone a piena turbolenza come nelle zone più calme dei canaloni e addirittura sotto il gradino di risacca. E’ particolarmente goloso di tutti i tipi di anellidi (anche se a surf casting si usa quasi esclusivamente l’americano) ed abbocca facilmente al bibi, al cannolicchio (sgusciato o meno), al fasolare, alla cicala di mare, al murice sgusciato, al granchio, al paguro, alla cozza sgusciata, al gambero, al gamberone, alla striscia di seppia, di calamaro e di totano, al filetto di muggine e all’immancabile filetto di sardina. Data la robusta dentatura, l’amo ideale è un beak  oppure un O’Shaughnessy per i filetti, dal N.4 al N.1/0

Orata
 


Può raggiungere i 70 cm e un peso oltre i cinque chili (ne sono state catturate anche di 7 kg). Come il sarago, possiede una dentatura potente con cui riesce a spaccare il guscio di arselle, cozze, cannolicchi, granchi e murice. Col sarago condivide anche le esche: americano, bibi, cannolicchio (sgusciato o meno), fasolare, cicala di mare, murice sgusciato, granchio, paguro, cozza sgusciata, gambero, gamberone, striscia di seppia, di calamaro e di totano, filetto di muggine e di sardina. Data la robusta dentatura, l’amo ideale è un beak  oppure un O’Shaughnessy per i filetti, dal N.2 al N.2/0

Mormora
 


Può raggiungere i 30 cm e 1 kg di peso. La sua esca preferita è l’arenicola, che però non viene usata a surf casting, e può essere catturata con americano, bibi, cannolicchio sgusciato, cozza sgusciata, gambero, fasolare ed anche filetti di sardina. Amo Aberdeen dal N.8 al N.6.

Ombrina
 


Può raggiungere un metro di lunghezza e il peso di 12 chili. Esche: americano, bibi, cannolicchio sgusciato, fasolare, cozza sgusciata, gambero, gamberone, striscia di seppia, di calamaro e di totano, filetto di sardina.

Corvina

 

Gli esemplari più diffusi hanno una lunghezza media di 40 cm. Esche: americano, bibi, cannolicchio sgusciato, fasolare, cozza sgusciata, gambero, gamberone, striscia di seppia, di calamaro e di totano, filetto di sardina.

Spigola
 


Può raggiungere il metro di lunghezza e i 12 kg di peso. Esche: seppia, calamaro, totano, muggine, sardina, interi o a strisce o a filetti. Se disponibili, anguille e muggini vivi (da usare in scaduta).


Grongo
 


Può arrivare a superare i due metri di lunghezza e una settantina di chili di peso, anche se gli esemplari che si catturano più comunemente sono tra i 3 e i 5 kg. Esche: muggini e sardine, interi o a filetti.

Razza
 


Esistono varie specie di razze catturabili a surf casting. Sono stati catturati esemplari anche di 40 kg. Esche: muggini e sardine, interi o a filetti. Se disponibile, muggine vivo (da usare in scaduta).

Abbiamo visto, elencando le esche, che la pesca dedicata ai predatori si può effettuare anche col pesce vivo (muggine e anguilla in primis) ed è anche molto redditizia, a patto che avvenga in scaduta quando l’energia delle onde non è tale da tramortire il pesce esca: teniamo infatti presente che le possibilità del pesce esca di destreggiarsi tra le poderose ondate sono molto limitate dal calamento a cui è collegato e che tale calamento è sottoposto ad enormi pressioni dal moto ondoso. In condizioni di grande turbolenza, il pesce perderebbe gran parte della sua vitalità (ma funzionerebbe comunque come una sorta di 'mort manié', in cui la manovra è data dal flusso e riflusso della turbolenza...)

Questi sono alcuni metodi per escare l’amo:
 

 

 

 

 

 

 

 

 

 



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Risposta #2 il: Novembre 14, 2013, 13:37:41
Le canne - Anche se ho iniziato a pescare a surf casting con le canne telescopiche, è solo quando sono approdato alle canne a ripartizione di sezioni che ho potuto sfruttare in pieno tutte le condizioni meteo marine che si possono presentare, e ancor di più quando ad esse ho abbinato i mulinelli con bobina rotante. Certamente in condizioni di scaduta avanzata le telescopiche o le tre pezzi vanno più che bene, tuttavia nessun altro tipo di canne si dimostra all’altezza del proprio compito quando le condizioni del mare si avvicinano o raggiungono quelle massime affrontabili (18 onde al minuto).
Almeno per il momento tratterò solo le canne a ripartizione di sezioni abbinate ai mulinelli rotanti, riproponendomi di integrare l’argomento sulle canne telescopiche, in tre pezzi e mulinelli fissi in un momento successivo.

Le canne ripartite ‘spaventano’ tutti quei pescatori che non le conoscono o hanno avuto solo momenti occasionali per provarle, e anche se questo timore non è del tutto infondato, da autodidatta posso assicurarvi che se si è dotati di una ferrea volontà non è poi così difficile imparare a gestirle, ed una volta che questo avverrà non si potrà più farne a meno e nessuno si sognerà più di tornare indietro. D’altro canto, se pensiamo che il 90% dei surfcaster inglesi affronta il surf casting con canne RIP e mulinelli ROT, un motivo ci deve pur essere, e se siamo convinti che lo fanno perché le condizioni meteo marine delle loro coste sono più dure delle nostre sbagliamo in pieno, giacché oltre un certo limite non possono andare neanche loro e questo limite è identico a quello che si presenta sulle nostre coste. L’unica differenza, beati loro, è che le condizioni per fare surf casting ad essi si presenta ogni giorno per via della marea oceanica, mentre noi dobbiamo attendere fenomeni anemometrici che per di più si manino, adatti allo scopo, quasi solo stagionalmente.
Quando ci accorgiamo che le 6/8 once, in determinate condizioni, sono troppo ‘toste’, possiamo sempre ripiegare sulle più docili 3/5 o 4/6 once, senza dover rinunciare all’impagabile magia della ripartizione di sezioni.

La canna a ripartizione di sezioni (CARDS o RIP) – La canna prende il nome di  Canna A Ripartizione Di Sezioni (il cui acronimo italiano è CARDS), ma sarebbe più corretto chiamarla Canna A Ripartizione Di Potenza Tra Le Sezioni, anche se per comodità (o per affetto) tutti la chiamano RIP (ripartita).

La RIP è fisicamente composta da 2 pezzi, ma la sua potenza è ripartita in 3 sezioni, per cui la prima cosa che dobbiamo fare, prendendo in considerazione questa canna, è di non confondere il pezzo (struttura fisica) con la sezione (struttura astratta). Per capire meglio questo concetto, immaginiamo che questa canna venga costruita in un unico pezzo lungo 4 metri, ma con una strategia ingegneristica tale che le fibre di carbonio e le resine possono essere ‘lavorate’ in modo tale da dare origine a tre diverse sezioni di potenza, ciascuna dotata di una propria caratteristica ben precisa, nonostante la canna sia formata da un unico pezzo. Ovviamente il tipo di lavorazione rappresenta il ‘know-how’ di ciascun produttore ed è coperto da segreto industriale, però quello che sappiamo è che le 3 sezioni si suddividono in:

-   Pedone (o manico, o piede) – E’ la sezione iniziale della canna che ha il diametro più grosso e rappresenta la parte più potente della canna, ed infatti ha una struttura molto rigida. Il suo compito è quello di accumulare l’energia che viene prodotta dall’arco quando carichiamo la canna per il lancio e di funzionare da leva in fase di lancio.
 
-   Arco – E’ la sezione centrale della canna, ed ha una struttura semirigida con una potenza inferiore a quella del pedone. L’arco rappresenta la sezione più importante della canna:
 
      -   quando carichiamo la canna per effettuare il lancio, l’arco si flette producendo una determinata quantità di energia che trasmette al pedone, in cui viene accumulata

      -   quando lanciamo la zavorra, il pedone restituisce questa energia all’arco, che a sua volta la trasmette alla zavorra passando dal cimino. La zavorra utilizza questa energia per librarsi in aria e trascinarsi dietro la lenza a cui è collegata.
 
       Se ne deduce che più è efficiente il metodo di sviluppare energia da parte dell’arco (e quindi migliore è la su tecnica costruttiva), maggiore energia verrà alla fine trasmessa alla zavorra.
 
-   Cimino – E’ la sezione più sottile e flessibile della canna. Le sue qualità devono essere un’estrema resistenza al crash ed un’ottima sensibilità per assecondare le bordate delle onde.
 


Per ovvie ragioni logistiche (magazzino, trasporto, praticità), la canna non viene prodotta in pezzo unico ma in 2 pezzi che prendono il nome di:
-   Pedone (o manico, o piede), che è il pezzo iniziale della canna che ha il diametro più grosso
-   Cima (o arco/cimino), che è il pezzo finale della canna che va progressivamente assottigliandosi sino alla punta

La canna suddivisa in 2 pezzi perde alquanto che se fosse prodotta in pezzo unico, ma i produttori hanno studiato soluzioni tecniche per fare in modo che la ripartizione di potenza tra la 3 sezioni non ne resti troppo penalizzata: alcuni l’hanno fatto dando alla canna un taglio simmetrico (entrambi i 2 pezzi hanno la stessa lunghezza), altri dando un taglio asimmetrico (col pedone più corto della cima o viceversa):
 


Su certi modelli di canne, inoltre, la miglior ripartizione sono riusciti ad ottenerla mettendo un anello passafilo sul pedone, su altri mettendo tutti gli anelli solo sulla cima:
 


Per ottenere la miglior ripartizione nelle 3 sezioni, inoltre, si è dovuto lavorare in modo che queste non rimanessero nettamente ‘staccate’ le une dalle altre come se fossero entità a se stanti, ma si è fatto in modo che il passaggio tra una sezione e quella successiva non avvenga in modo brusco ma graduale. Il motivo per cui i prezzi di molte RIP sono elevati è proprio dovuto agli elevati costi della lavorazione più che a quelli delle materie prime, tanto che se le stesse canne fossero prodotte come telescopiche, ancorché con una quantità superiore di materie prime, probabilmente costerebbero meno della metà.

Per quanto detto sinora, nella canna in due pezzi non coinciderà mai che la sezione arco abbia inizio con il pezzo cima, in quanto la sezione dell’arco inizia già nella parte finale del pedone. Nelle immagini sottostanti ho evidenziato come la sezione arco abbia inizio già nel pedone prima che questo si congiunga alla cima
  


Il pedone, oltre che accumulare l’energia prodotta dall’arco, ha anche il compito di funzionare da leva per catapultare la zavorra a distanza durante il lancio, e per poter svolgere questo compito con la massima efficienza deve avere una struttura molto rigida, pur conservando una certa flessibilità.
 
L’arco, che come abbiamo visto, è la sezione più importante della canna, ha il compito di inarcarsi per sviluppare l’energia che verrà utilizzata dalla zavorra per librarsi in volo e trascinarsi la lenza. Durante la fase di inarcamento, trasmetterà questa energia al pedone per l’accumulo, che gliela ritrasmetterà quando, terminata la fase di inarcamento, esso riprenderà la sua forma lineare originale. La rigidità dell’arco, anche se accentuata, dovrà però essere molto inferiore a quella del pedone (altrimenti diventerebbe come l’arco di Ulisse, che solo lui era in grado di armare e tendere…).

Anche il cimino, benché la sua rigidità sia di gran lunga inferiore a quella dell’arco, darà il suo contributo per agevolare questa esplosione di potenza.
 
L’elasticità complessiva della canna (o, se si vuole, la sua rigidezza), cioè dell’insieme pedone+cima, influenza direttamente la variazione che subisce  questo insieme per accumulare e restituire la massima potenza: più la canna è rigida, più forza sarà necessaria per arcuare l’insieme, ma maggiore sarà l’energia accumulata e di conseguenza maggiore sarà l’energia rilasciata per catapultare il piombo.
E' per questo che nelle gare di long casting si preferisce l'utilizzo di ripartite molto rigide, che sono però altamente sconsigliate a pesca non solo perché meno gestibili, ma anche perché non “restano in pesca” come dovrebbero (in questo compito, particolare importanza acquista la “morbidezza” dell’ultimo tratto del cimino, che oltre a segnalare le abboccate deve soprattutto assecondare le bordate delle onde senza scalzare il piombo dalla fatidica zona di pascolo).
    
L’innesto tra pedone e cima può avvenire in 3 modi: pedone “maschio” e cima “femmina”, pedone “femmina” e cima “maschio", oppure con l’interposizione dello “spigot”. Quest’ultima soluzione è da preferire perché consente alla parte finale del pedone ed a quella iniziale della cima di mantenere lo stesso diametro esterno ed una linea più “fluida” ed omogenea della canna, senza improvvisi ingrossamenti o strozzamenti nei punti di innesto
 


Nota: lo spigot (un segmento di tubo di carbonio durissimo incollato alla fine del pedone) non entra completamente nella cima ma ne rimane fuori una parte scoperta di circa 2 cm (vedi immagine a destra). Ciò, in teoria, è appositamente voluto per compensare una eventuale consunzione delle stesso spigot o delle pareti interne della cima, per cui si hanno a disposizione questi 2 cm per ‘avanzare’ e compensare l’eventuale consumo (infatti, anche se non è visibile a occhio nudo, la sagoma dello spigot è leggermente tronco-conica). In realtà questa consunzione non avviene per tutta la durata della vita della canna, per cui i 2 cm scoperti rimarranno tali per sempre. Se all’improvviso fosse necessario un avanzamento anche di pochi mm, è molto probabile che la cima abbia subito un crash.

Nelle canne ripartite si suole indicare le caratteristiche con termini anglosassoni, per cui la potenza di lancio è indicata come casting weight o semplicemente cast e l’unità di misura del peso della zavorra è l’oncia (ounce, oz), per cui se vogliamo fare un raffronto con le misure a noi più familiari (i grammi) è sufficiente fare la conversione: 1 oncia = 28,35 grammi. Pertanto quando parliamo di una canna con un cast di 6 once sappiamo che la potenza di lancio di quella canna corrisponde a 6x28,35=170 grammi.
 
Nelle canne non viene però indicato un unico cast, quanto piuttosto un range del minimo e del massimo di zavorra lanciabile, per cui quando di una canna viene indicato un cast con un range di 3-6 once sta a significare che quella canna, per rendere al meglio delle sue caratteristiche, va usata con un piombo di peso non inferiore a 3 once (85 grammi) e non superiore a 6 once (170 grammi), da cui si potrebbe ricavare che la migliore performance di quella canna si dovrebbe ottenere con un piombo da 4,5 once (127 grammi). Ciò però è relativo allo stile di lancio utilizzato, per cui i produttori sono soliti indicare il peso ideale che deve avere il piombo in base al tipo di lancio, per esempio un piombo da 4 once per il pendulum ed un piombo da 5 once per il ground. I pesi ideali da utilizzare nei vari stili di lancio per ottenere le migliori performance i produttori se li ricavano dalla media dei lanci ottenuti dai collaudatori (di solito longcaster più o meno conosciuti), ma ciò rimane comunque sempre relativo sia perché ciascuno di noi può sviluppare un proprio stile personale, che può spostare in alto od in basso il peso della zavorra, e sia dalla foggia della zavorra utilizzata (solo a titolo di esempio, magari le migliori performance della canna con un piombo ogivale si ottengono se questo pesa 150 g, mentre con un piombo piramidale queste si ottengono se pesa 100 g).

Quello che è certo è che il peso massimo dichiarato su una canna ripartita è quello effettivamente lanciabile in stile ground, e questo significa che con una canna ripartita che dichiara un cast di 3-6 once si possono lanciare in ground 6 once effettive senza il timore che la canna possa schiantare durante il lancio, mentre nelle canne telescopiche e in 3 pezzi è sempre meglio tenersi prudenzialmente al di sotto di un 20-30% del peso massimo dichiarato per evitare spiacevoli sorprese, e ciò anche se si effettua un meno impegnativo lancio side.

Un range casting contenuto (per esempio 6-8 once anziché 1-7 once), è indice di una miglior resa della canna, giacché una canna che mi lancia bene un’oncia non potrà lanciarmi altrettanto bene 7 once.
 
Anche la lunghezza della canna viene di solito espressa con misure anglosassoni: feet, abbreviato ft (1 piede=30,48 cm). Le misure più diffuse sono: 12 piedi = 365,76 cm; 13 piedi = 396,24; 14 piedi = 426,72 cm. In Italia si preferisce usare il sistema metrico decimale, per cui le stesse misure anglosassoni corrispondono grosso modo alle misure a noi più familiari di 360, 390 e 420 cm.

Se siamo alle prime armi e non sappiamo regolarci su quale sia la lunghezza della canna ideale per noi, un metodo empirico per stabilirlo potrebbe essere il seguente: 12 piedi se pesiamo sino a 70 kg; 13 piedi se pesiamo sino a 75 kg e 14 piedi da 80 kg in su, presumendo, ovviamente, che l’altezza sia proporzionale al peso. Questo naturalmente sino a quando non acquistiamo una buona padronanza della tecnica, che potrebbe consentirci di gestire anche le misure più lunghe: "Rigoletto", il più piccoletto tra il nostro gruppo di amici (1,60 mt x 60 kg), ci ridicoleggiava con il suo cannone di 425 cm!

La stazza fisica influisce tantissimo sulla gestione di una canna ripartita, purché accompagnata da un minimo di tecnica: una persona molto robusta riesce ad ottenere migliori risultati (in termini balistici) di una persona mingherlina, che però può ovviare a questo handicap affinando al masimo la tecnica.
  
Anche se alcune Case producono modelli specifici da usare con mulinelli fissi ed altri da usare con mulinelli rotanti (ROT),  nella maggior parte dei casi lo stesso modello può essere utilizzato con entrambi i mulinelli, ma con la basilare differenziazione nell’anellatura, in quanto con il rotante, per come esso è strutturato, la canna può essere usata solo “rovesciata”, cioè con gli anelli rivolti verso l’alto e non verso il basso come per il fisso
 


e l’uscita del filo dal rotante è lineare e non a spire come nel fisso: questo comporta di conseguenza una differenziazione negli anelli passafilo, che devono avere un diametro inferiore rispetto a quelli per il fisso, sono più numerosi e, soprattutto, devono essere disposti lungo la canna in posizioni ben precise, con questo duplice scopo: favorire la ripartizione e impedire il contatto del filo con il corpo della canna anche quando questa assume una curvatura molto accentuata durante la fase di lancio/recupero.
 
Una canna predisposta con gli anelli per il fisso non va bene per il rotante, mentre una canna predisposta con gli anelli per il rotante potrebbe essere tollerata con il fisso, anche se non è l’ideale.

Molti produttori affiancano alla vendita della canna già anellata anche la stessa canna ‘nuda’ (blank), cioè priva di anellatura e porta mulinello, per lasciare all’utente la massima libertà di scelta degli anelli da montare, e a volte sono gli stessi rivenditori online che si offrono di anellare la canna. Di solito, in una canna da fisso vengono montati 5/6 anelli, in una da rotante 8/9 anelli.
 
Nota: alcune Case, come l’Italcanna, oltre a distinguere l’utilizzo di una canna per rot da quella per fisso in base al tipo e alla disposizione degli anelli, per alcuni modelli fa la distinzione anche  tra canna da lancio ground e canna da lancio pendulum.
 
Sulla qualità degli anelli non dobbiamo lesinare: quelli di scarsa qualità si logorano in fretta ed intaccano il nylon, con le conseguenze che è facile immaginare. Non sbaglieremo mai se sulla canna sono montati anelli in SiC (silicio carbonio).
Chi vuole legare da se gli anelli deve richiedere al produttore il piano del ringspacing di quello specifico modello, ovvero la distanza tra gli anelli, il numero di anelli, il diametro di ogni singolo anello e l’altezza del ponte, oppure può ricavare questi dati da un identico modello già anellato. Questo è per esempio il ringspacing che l’Italcanna ha rilasciata per il suo modello Oltremare:
 


Da svariati anni anche le case italiane producono canne ripartite di ottima qualità, per cui non siamo assolutamente costretti a rivolgerci al mercato anglosassone per avere un buon prodotto, mentre per i rotanti siamo costretti a rivolgerci alla produzione estera.

Nelle migliori canne per rotanti non vengono montati porta mulinello fissi ma piuttosto mobili, che prendono il nome di coaster clips, in modo che ogni utilizzatore possa posizionare il mulinello sul pedone alla giusta distanza dal piede del pedone stesso per adeguarlo alla lunghezza delle proprie braccia o al proprio stile di lancio. I migliori sono quelli che hanno la fascetta in metallo, ma ci sono coaster più economici che hanno la fascetta in plastica
 


Per le canne da fisso si usano anche porta mulinelli mobili chiamati slide 'n grip:.
 


Alcuni modelli di canne ripartite per rotanti
 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 


Le regine del surf casting – Sono ovviamente le Century e le Zziplex. Per chi fosse interessato a queste canne posso inviare via MP i link ai loro siti ufficiali, nei quali i modelli sono ampiamente descritti in tutte le loro caratteristiche, prezzi compresi.

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^CUCCOSAN^

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Risposta #3 il: Novembre 14, 2013, 14:21:05
GRANDE ROBERTO

 
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Risposta #4 il: Novembre 14, 2013, 20:09:19
I mulinelli - L’abbinamento ideale con una RIP è il mulinello a bobina rotante in quanto, una volta che siamo riusciti a padroneggiarlo, sarà quello che darà le migliori performance sia in termini di distanza che di recupero della preda. A parità di filo contenuto in bobina, il ROT pesa la metà di un fisso, ha una frizione più potente ed un ingombro infinitamente minore, tutte caratteristiche che lo fanno preferire al fisso. E’ fuor di dubbio e non si discute che il mulinello a bobina fissa è molto più facile da usare anche da parte di coloro che si stanno appena affacciando alla pesca, ma quello che ho detto per le canne RIP vale anche per i ROT: se abbiamo la ferrea volontà di applicarci ad impararne l’uso, ci riusciremo in tempi abbastanza brevi e senza neanche accorgercene ci troveremo a preferire il ROT anche in altre discipline di pesca (ovviamente con i modelli rotanti specifici per quelle discipline).
 
La dannazione del rotante, è risaputo, è il fuori giri della bobina che se non viene controllato dà luogo a parrucche inestricabili.
 


Ma una volta domato, il puledrino si dimostra per quello che è: un cavallo di razza vincente. I tre mulinelli che vanno per la maggiore sono l’Abu 6500, il Daiwa 7HT ed il Pen 525 (tutti è tre in vari modelli), a cui ultimamente si stanno affiancando altre Case, tra le quali sta prendendo piede l’Akios per essere riuscita a clonare alla perfezione alcuni modelli dell’Abu.
Personalmente non me la sento di stilare una classifica qualitativa tra di essi, sia perché sono praticamente equivalenti e sia perché molto dipende dall’abitudine che abbiamo preso ad utilizzare l'uno piuttosto che l'altro. Forse suggerirei il Pen a chi effettua in prevalenza il surf casting pesante per le doti di trattorino di questo mulinello nella fase di recupero e indifferentemente uno qualsiasi degli altri tre per chi in prevalenza effettua un surf casting leggero. Diciamo che tra i longcaster l'Abu è tra i preferiti per le sue doti di velocità, ma a pesca non sono necessarie queste sottigliezze.
 
Dicevamo del fuori giri: la bobina acquista una velocità paurosa (si è calcolato 25-30.000 giri/minuto con velocità di spunta del piombo sino a 400 km/ora), che se non viene in qualche modo controllata si avrà ad un certo momento che la bobina girerà molto più velocemente di quanto non fuoriesca il filo trascinato dal piombo: questo inconveniente porta il filo a “gonfiarsi” sino a formare una matassa talmente aggrovigliata di cui, a volte, per venirne a capo ci vogliono ore. Per ovviare al fuori giri i mulinelli rotanti sono dotati di due meccanismi frenanti che nelle ultime versioni sono ormai abbinati: il freno centrifugo ed il freno magnetico.

Taratura del mulinello - Il freno centrifugo è costituito da 2, 4 o 6 bussolotti in plastica o carbonio liberi di scorrere sui raggi di un meccanismo collegato alla bobina e che quindi ruota insieme alla stessa bobina: quando la bobina ruota vorticosamente, la forza centrifuga fa scivolare i bussolotti dalla parte più interna dei raggi alla parte più esterna, e siccome la bobina è racchiusa in uno dei due carter/guancia del mulinello, i bussolotti vanno a sfregare sulla parte alta del carter creando attrito e quindi rallentano la velocità della bobina

 


Quando la velocità diminuisce, i bussolotti risentono meno della forza centrifuga e creano un attrito inferiore sulla parete del carter sino a diventare quasi nullo. Il numero ed il tipo di bussolotti da usare è regolato dallo schema esposto più avanti.

Il freno magnetico è costituito da 4 o 5 pastigliette di materiale magnetico inserite in appositi fori di una piastra metallica che si trova nella guancia interna di uno dei due carter. La piastra è collegata ad un pomello graduato esterno che consente di avvicinare od allontanare la piastra dal cuscinetto della bobina, per aumentare o diminuire il campo magnetico che si crea tra le pastiglie ed il cuscinetto che di fatto ne rallenta la velocità di rotazione. Di conseguenza ne viene rallentata la bobina, che è collegata al cuscinetto tramite un asse (la bobina è amagnetica, perché è costruita in alluminio).
 
Nella piastra il numero dei fori di contenimento è superiore al numero delle pastiglie per consentire loro diverse disposizioni nella piastra: p.e. tutte ravvicinate e concentrate nella parte centrale della piastra, oppure alternate tra loro (un foro si ed uno no), o ancora 3 ravvicinate e due distanziate, e così via.



Possiamo variare la quantità di bussolotti e pastiglie da usare a seconda della nostra padronanza già acquisita sul mulinello, della forza del vento, del peso del piombo che stiamo usando, del diametro del filo e della quantità imbobinata, o di altri fattori che si possono presentare. In linea di massima, possiamo definire che ci sono 4 elementi principali su cui intervenire per influenzare la velocità della bobina (il tipo di olio, il freno centrifugo, il freno magnetico ed il livello del filo in bobina) ed il loro rapporto è disciplinato da queste interazioni:

- un olio troppo fluido deve essere controbilanciato da un maggior numero di bussolotti e di pastiglie magnetiche e da una minor quantità di filo in bobina;

- un numero inferiore di pastiglie magnetiche richiede un olio più denso e un numero maggiore di bussolotti.

Insieme a questi meccanismi è presente anche un altro dispositivo molto importante: il regolatore laterale, che agisce direttamente sull'asse della bobina e che serve per centrare la bobina stessa sul telaio ed e rappresentato da una manopolina che si trova sulla guancia/carter sotto la stella della frizione:



Questa manopola, però, non ha solo la funzione di centrare la bobina nel telaio ma anche di agire come una sorta di micro frizione direttamente sull’asse : la bobina ha un gioco laterale (destra-sinistra-destra) e dobbiamo regolare la manopola in modo che l'escursione della bobina verso destra e verso sinistra non superi il millimetro. Facendo questa operazione, stiamo di fatto anche ‘strozzando’ l’asse, tanto che se esageriamo nello stringere la manopola, la bobina addirittura si blocca e non gira più. Viceversa, se allentiamo troppo la manopola, la bobina diventa incontrollabile anche da parte di tutti gli altri dispositivi di frenaggio, pollice compreso. Questa manopola va quindi regolata finemente per dare sia il giusto gioco laterale alla bobina che per dare un aiuto supplementare ai due freni bobina (centrifugo e magnetico). Per lo più questa regolazione va fatta una tantum e va ripresa solo se dovesse stararsi.
Sappiamo di aver regolato bene questa manopola se, tenendo la punta della canna ben alta, facciamo cadere il piombo al suolo: non appena il piombo tocca il suolo, la bobina si ferma da sola senza l'ausilio del pollice.
 
Attenzione: se vogliamo evitare la nostra prima, terrificante parrucca prima ancora di aver fatto il nostro primo lancio, dobbiamo stare prontissimi a frenare la bobina col pollice se per caso non dovesse fermarsi da sola.

Nelle righe più sopra avete letto del dito pollice usato per bloccare la bobina: in effetti il pollice è il freno per eccellenza per rallentare e/o bloccare la bobina del ROT, tanto che, quando avrete imparato ad usarlo con la giusta tempistica, vi accorgerete che potrete allentare anche di un bel po’ il freno centrifugo ed il freno magnetico per fare affidamento quasi esclusivamente sul pollice per controllare la bobina (sul serio, non è uno scherzo!).

Se vi capita di visionare dei filmati di long casting, soffermatevi ad osservare come i lanciatori utilizzino il pollice per controllare la bobina: al loro mulinello hanno asportato completamente il freno centrifugo ed hanno modificato il freno magnetico riducendolo ad un unico magnete (monomag), che per di più escludono in una certa fase del lancio: la loro bobina è letteralmente ‘a ruota libera’, controllata esclusivamente dal pollice.

Naturalmente a pesca non azzardiamoci mai ad allentare in modo così spudorato i freni, perché ce ne pentiremo amaramente, però abituiamoci gradatamente ad usare sempre di più il pollice e un po’ meno i freni.

Addestrarsi all’uso della RIP e del Rot – In fase di addestramento, però, non fatevi assolutamente scrupolo di usare anche in modo eccessivo i freni a discapito della distanza, perché in questo stadio la distanza è l’ultimo dei nostri obbiettivi: avremo tutto il tempo di incrementarla successivamente.

Più avanti posterò un paragrafo dedicato al lancio ground, ma durante la prima fase di apprendistato possiamo cominciare ad addestraci ad utilizzare la canna ripartita abbinata da un rotante utilizzando il lancio side.

Per la fase di addestramento vi suggerisco di procuratevi questo materiale:
- un rotolone di filo dozzinale, pagato proprio due soldi, del diametro dello 0.35 per riempire la bobina;
- un rotolo più piccolo di filo sempre dozzinale del diametro 0.80 per lo shockleader;
- un buon numero di piombi da 150 gr di forma sferica od ogivale;
- un paio di cesoie robuste (ideali sono quelle di taglia piccola usate per il giardinaggio, vendute appositamente anche per il surfcasting) da appendere alla cintola
 


- un punteruolo di acciaio inox acuminato per sciogliere i nodi e piccole parrucche;
 


- un certo numero di ditali in pelle od in gomma (pezzo di camera ad aria per biciclette) con cui proteggere il pollice. Ottimo l'apposito guanto usato dai pedanisti (scomodo però a pesca)



- montate sul mulinello tutti i bussolotti più grossi e tutte le pastiglie magnetiche in dotazione, disposte ravvicinate nei fori più centrali
- oliate i cuscinetti con una goccia di olio denso (quindi non l’olio Singer, ottimo quello ad alta viscosità per i motori di autovetture)
- regolate il pomellino del freno magnetico sul numero più alto della scala graduata
- montate il mulinello sulla canna (montatura alta o bassa, come meglio vi trovate), legate lo shockleader ed il piombo e fate fuoriuscire un drop di 50 cm: tenendo alta la punta della canna, fate cadere il piombo al suolo e regolate il registro laterale come spiegato più sopra, se già non l’avete fatto.

Col mulinello così tarato, durante i lanci sentirete il mulinello "gemere" con un forte suono come se fosse in sofferenza: non fateci caso perché è solo il rumore caratteristico che emette un rotante quando è fortemente frenato. Quando dopo tanti e tanti lanci sarete ultra sicuri di poter tenere sotto controllo la situazione, potete allentare i freni configurando il mulinello in questo modo:

- Magneti. Tenete solo 3 magneti nella parte centrale della piastra e posizionate il pomellino su un numero intermedio della scala (p.e. sul 4) e durante il lancio, quando il piombo è a metà del tragitto nel suo volo in aria, azzardatevi a spostare il pomellino sullo zero.
- Olio. Durante gli allenamenti potete anche usare un olio fluido, ma per la pesca consiglio di lubrificare i cuscinetti sempre con olio denso.
- Bussolotti. Passate gradualmente dai bussolotti grossi a quelli più sottili, diminuendo il loro numero man mano che progredite nel lancio. Tenete presente che mentre con il freno magnetico potete passare, durante il lancio, dalla posizione di massimo frenaggio a quella zero, l'azione frenante dei bussolotti non può essere modificata se non smontando la guancia del mulinello ed asportando od aumentando il numero ed il tipo dei bussolotti.
- Per tutto il periodo dell'allenamento usate un filo ordinario dello 0.35, perché la parrucca è sempre in agguato e non sempre si può sciogliere con il punzone. Sarete quindi costretti ad usare le cesoie per eliminarla, ed il filo buono costa. Il diametro 0.35 aiuta lo scioglimento di piccole parrucche meglio di un diametro più sottile.
- Bilanciamento della bobina. Le bobine dei rotanti sono perfettamente bilanciate, quando sono vuote. E' quando si avvolge il filo che diventano sbilanciate, assumendo quindi una rotazione irregolare che può dar luogo a perdita di distanza e a fastidiose vibrazioni. Sono i primi 25-30 metri di filo (quelli imbobinati per primi) che causano lo sbilanciamento, che può essere eliminato o almeno ridotto imbobinandolo in questo modo: legate il filo alla gola della bobina tutto a sinistra ed iniziate ad avvolgere sovrapponendo le spire tra loro sino a fare una gobba alta 5 mm; poi passate tutto a destra e anche qui fate una gobba di 5 mm; infine passate  a centro bobina e fate la stessa cosa. Ora potete avvolgere il filo normalmente distribuendolo in modo regolare da sinistra a destra e viceversa. Riempite la bobina sino a 2 mm dal bordo.
              


Quando legate lo shockleader, posizionate il nodo tutto a destra o tutto a sinistra sul bordo bobina, per evitare dolorosissime lacerazioni al dito durante il rilascio del filo.
Doppiate sempre il nodo dello shockleader sul piombo (il nodo ideale è il Palomar).
 
Una raccomandazione: durante l'apprendimento farete sicuramente tantissime parrucche che sarete costretti a tagliare con le cesoie perché inestricabili, sminuzzate il filo in pezzetti e mettetelo dentro una busta che porterete via, oppure bruciate la matassa usando un vecchio giornale.

Attacco del mulinello alla canna - Resta da determinare la posizione del mulinello sul pedone: ad attacco alto o ad attacco basso. L’attacco alto consiste nel posizionare il rotante in un punto ben preciso del pedone che si determina in questo modo: teniamo la base del pedone col pugno sinistro che terremo appoggiato sullo sterno, o meglio appena al di sotto della mammella sinistra all’altezza dell’ascella, e distendiamo completamente il braccio destro sul pedone stringendo il pedone stesso col pugno destro
 


il mulinello va fissato con i coaster esattamente al centro del pugno destro che stringe la canna proprio in quel punto (se andiamo a misurare, troveremo che la distanza dalla base del pedone sarà compresa tra i 65 e i 75 cm, a seconda della lunghezza delle nostre braccia). Il fatto di fissare il mulinello in base alla lunghezza delle nostre braccia è fondamentale sia per la preparazione del lancio che per la sua chiusura (rappresentata dall’immagine sopra), come avremo modo di vedere nel paragrafo dedicato al ground.

Se la canna fosse dotata di porta mulinello fisso a vite
 


non potremo ottenere questa regolazione fine della posizione del mulinello in base alla lunghezza effettiva delle nostre braccia, in quanto questo tipo di porta mulinello potrebbe essere stato fissato dalla Casa in una posizione non adatta alle nostre braccia. Il porta mulinello regolabile, lo Slide 'n' Grip, anche se consente di posizionare il mulinello in un punto preferenziale, risulterà scomodo da usare in quanto per il suo volume non consente di abbracciare come si deve la bobina con il pollice, operazione questa che vedremo sempre nel paragrafo dedicato al ground
  


Inoltre il pomello di serraggio del primo coaster consente un appiglio per il dito indice, rendendo l’impugnatura dell’intero mulinello molto più salda e sicura in tutta la fase di preparazione e di chiusura del lancio. Nell’immagine sottostante si può notare quanto diventi salda la presa della mano intorno al mulinello
 


L’attacco basso consiste nel posizionare il mulinello a 17-18 cm dalla base del pedone. In questo caso la gestione del mulinello va fatta con la mano sinistra (ovviamente con la destra per i mancini) e molti lo preferiscono in quanto la mano destra, libera dall’ingombro del mulinello, può impugnare meglio la canna in fase di preparazione e chiusura del lancio. Personalmente posso dire che, una volta abituati a gestire il mulinello con attacco alto, non si sente la necessità di ‘liberare’ la mano destra per gestire meglio la canna. E’ piuttosto una questione di abitudine che si piglia nelle prime fasi di addestramento e non sarebbe male abituarsi sia all’attacco alto che a quello basso.
 


I mulinelli che useremo sono privi di guidafilo e pertanto useremo il pollice della mano sinistra per svolgere questa funzione. Il recupero del filo è identico sia con attacco alto che con attacco basso, con l’unica differenza che con attacco alto bloccheremo la canna tra le gambe, mentre con attacco basso è fortemente suggerito l’utilizzo di una cintura da combattimento per sostenere la canna, specialmente se abbiamo allamato una grossa preda:
- si tiene la canna con la mano sinistra al di sopra del mulinello e si gira la manovella con la mano destra
- si appoggia il pollice della mano sinistra sul filo e man mano che questo viene recuperato si guida il filo col pollice da destra a sinistra e viceversa, cioè si usa il pollice come se fosse il guidafilo del mulinello
 


Manutenzionare il rotante – Dopo ogni battuta di pesca bisogna risciacquare il rotante sotto un getto di acqua dolce corrente, scuoterlo energicamente per scrollargli di dosso l’acqua eccedente e metterlo ad asciugare all’ombra. Ogni tanto mettere una goccia d’olio nei cuscinetti entro cui ruota l’alberino: questa operazione è di estrema facilità in quanto è sufficiente svitare a mano le tre grandi viti che tengono uniti al telaio i due carter laterali.
I carter sono autoportanti, nel senso che tutti i meccanismi necessari al funzionamento del mulinello (ad eccezione del nudo telaio e della bobina) sono montati sui carter.

Una volta all’anno, fare una manutenzione completa del mulinello, smontando tutti i pezzi e ripulendoli del vecchio grasso emulsionato con della benzina rettificata (in caso non si trovasse quella rettificata, usare pure quella della pompa di benzina del proprio distributore). Come olio usare quello in dotazione al mulinello (se ancora lo danno), altrimenti usare l’olio Singer per le macchine da cucire (come olio fluido) e quello per i motori delle autovetture (come olio denso); come grasso usare quello in dotazione (se ancora lo danno), altrimenti il così detto grasso marino, oppure olio e grasso per mulinelli appositamente venduto nei negozi di articoli da pesca. Probabilmente vi sarà capitato di leggere di oliature speciali che i longcaster usano in pedana per guadagnare qualcosina nel lancio, dato che un solo centimetro potrebbe far vincere la gara, ma a pesca non saranno certamente quei dieci centimetri in più che guadagnerete nel lancio a fare la differenza.

Alcuni modelli di mulinello rotante – Se li trovate, acquistate pure ad occhi chiusi i mulinelli rotanti fuori catalogo dalla Daiwa, dell’Abu e della Penn perché sono tutti ottimi e risparmiate pure sul prezzo. Quelli illustrati sono tra i più recenti:

Abu Garcia Ambassadeur 6500 CT Chrome Rocket Multiplier Reel



Abu Garcia Ambassadeur 6500 C3 CT Mag Hi-Speed Multiplier Reel
 


Abu Garcia Ambassadeur 6500 C3 CT Mag Reel
 


Abu Garcia Ambassadeur 6500 C3 CT Premium Mag Multiplier Reel
 


Abu Garcia Ambassadeur 6500 C3 CT Mag Pro Multiplier Reel
 


Abu Garcia Ambassadeur 6500 CT Power Handle Multiplier Reel
 


Abu Garcia Ambassadeur 6500i TSR Multiplier Reel
 


Abu Garcia Ambassadeur 7500i CS Elite HS Multiplier
 


Daiwa Millionaire 7HT Multiplier Reel
 


Daiwa Millionaire 7HT Mag Multiplier Reel
 


DAIWA MILLIONAIRE 7HT MAG-ST MULTIPLIER REEL
 


Daiwa 7HT Turbo Multiplier Fishing Reel



Penn 515 Mag 2 Multiplier Reel
 


Penn 525 Mag 2 Multiplier Reel
 


Akios S-Line 757 CT Multiplier Reel
 


Akios S-Line 757 CTM Multiplier Reel



Akios Sportscast Shuttle 656 SCM Multiplier Reel





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Risposta #5 il: Novembre 15, 2013, 12:56:17
Ground, o Ground Cast, o Off The Ground Cast, o OTG (lancio con partenza del piombo dal suolo, in contrapposizione al Pendulum, lancio con il piombo in sospensione) – Allenandovi col lancio side vi siete subito accorti che questo stile di lancio è alquanto limitativo per le canne ripartite e per i mulinelli rotanti. Si può giusto utilizzare per prendere confidenza con questi attrezzi in attesa di imparare i due lanci di eccellenza che sembrano nati apposta per mettere in risalto tutta la potenzialità della RIP e del ROT: il ground ed il pendulum. Una volta padroni di questi due lanci, useremo il side quando c’è da appoggiare l’esca poco dopo la battigia, oppure c’è da lanciare un pesce-esca vivo o un’esca delicata che non vogliamo proprio strapazzare con un lancio violento ed in ogni caso sempre a breve distanza.

Anche se i pescatori più esperti utilizzano tranquillamente il pendulum anche a pesca oltre che in pedana, è però il ground lo stile di lancio che dobbiamo assimilare per primo, in quanto, in presenza di una muraglia di vento frontale è, tra i due, quello che riesce ad affrontarla meglio in quanto non richiede una preparazione aerea, perché è proprio il vento frontale l’avversario più ostico del pendulum. Inoltre il ground è molto più facilmente assimilabile del pendulum, oltre ad avere in comune con esso alcuni movimenti che è più facile apprendere col ground. Il mio suggerimento è pertanto quello di dedicarsi inizialmente in modo completo al ground e di passare poi al pendulum solo quando eseguire il ground è diventato per noi altrettanto facile come scolarsi un boccale di birra gelata in compagnia degli amici il giorno di ferragosto (tranquilli, non ci vuole molto, imparare il ground, intendo…)

Spiegare un lancio tecnico usando solo le parole è molto astruso, perché un lancio è una sequenza di movimenti di gambe, braccia e corpo che solo visivamente si possono capire al volo, mentre la loro descrizione verbale può richiedere anche un fiume di parole col rischio che non si capisca neanche un beato niente. Sarà bene integrare quanto illustrato con qualche filmato che fortunatamente abbondano su YouTube (ai miei tempi, non c’era neanche il computer….).
 
La prima cosa che dobbiamo fare è di disegnare sul suolo il quadrante circolare di un orologio con un diametro di 3 metri, in modo che sia abbastanza ampio per poterci agevolare nel posizionare più correttamente canna e gambe in base agli orari segnati sul quadrante stesso:
              


Teniamo la canna in mano (mano sinistra che avvolge la base del pedone, mano destra che avvolge il mulinello, col pollice sulla bobina). Sblocchiamo la bobina e prendiamo posizione davanti alle ore 18, spalle alla riva e sguardo diretto alle ore 12.

Lunghezza del drop. Dato per scontato che la lunghezza del drop, una volta imparato il lancio, potrà subire variazioni personali che meglio si adeguano alle nostre caratteristiche, per chi sta iniziando è meglio seguire queste regole:
 
Canna da mt 3,60:
drop lungo mt 1,50 con partenza del piombo da ore 13;
drop lungo mt 2,00 con partenza del piombo da ore 14;
drop lungo mt 2,40 con partenza del piombo da ore 15.

Canna da mt 3.90:
drop lungo mt 1,80 con partenza del piombo da ore 13;
drop lungo mt 2,30 con partenza del piombo da ore 14;
drop lungo mt  2,70 con partenza del piombo da ore 15

Canna da mt 4.20:
drop lungo mt 2,10 con partenza del piombo da ore 13;
drop lungo mt 2,60 con partenza del piombo da ore 14;
drop lungo mt  3,00 con partenza del piombo da ore 15

(il termine drop viene usato  durante la preparazione di un lancio per indicare quello spezzone di lenza che fuoriesce dalla canna e va dall’apicale sino al piombo)
 


Inizieremo con partenza del piombo da ore 13 e non ci sposteremo da questa posizione sino a quando non avremo imparato a fare un lancio perfetto. Poi passeremo gradualmente alle ore 14 e quindi alle ore 15. Quando saremo provetti lanciatori, riusciremo a lanciare in ground anche posizionando il piombo a ore 16 o anche più indietro. Il lancio del piombo da ore 13 sarà il meno potente, quello da ore 16 avrà una potenza inaudita.

Posizione del corpo. Gambe leggermente divaricate, piede destro in avanti e rivolto a ore 12, piede sinistro più indietro e rivolto a ore 22 (la distanza tra i piedi è di circa 40-50 cm). Il bacino e le spalle sono quasi paralleli alla riva (leggermente girati verso sinistra), lo sguardo è rivolto alle ore 12. Braccio destro semi raccolto (angolo di 170° tra braccio e avambraccio) e tenuto basso, braccio sinistro completamente disteso in avanti e tenuto più alto del destro. Spostare tutto il peso del corpo sul piede destro: la gamba destra si flette ed il tallone sinistro si solleva. Chinare il busto in avanti.



Nota: proprio le primissime volte, solo per imparare a posizione braccia e canna, possiamo metterci direttamente di fronte al mare: questa posizione, anche se non ci consente di caricare la canna al massimo, tuttavia ci consente di cominciare a posizionare le braccia e la canna nella giusta postura.          

Posizione della canna. Punta tenuta bassa a sfiorare il suolo e rivolta a ore 13, drop disteso e perfettamente in linea con la canna (canna e drop devono formare una linea retta). Il busto chinato in avanti e le braccia posizionate come spiegato prima (braccio destro più basso del sinistro), conferiranno alla canna una posizione obliqua “naturale”, non forzata. Se sentite una forzatura, cambiate leggermente la posizione delle braccia sino a quando non sentite che la canna si mette in posizione praticamente da sola. Fate questa prova: usando la mano destra come fulcro, sollevate leggermente la mano sinistra dal pedone e verificate che la punta della canna tenda a scendere verso il suolo ed il pomolo del pedone tenda a salire verso l’alto (come se la canna fosse un bilanciere col peso ‘sbilanciato’ sulla punta). Date dei leggeri colpetti con la mano sinistra sul pomolo del pedone per abbassare il pomolo e sollevare la punta, e verificate che la punta della canna tenda a riscendere verso il basso ed il pomolo a risalire verso l’alto senza però aiutare in nessun modo questa tendenza naturale della canna a posizionarsi obliqua
 


Primo movimento. Lasciando tutto immobile come se fosse una foto, limitiamoci solo a girare la testa verso sinistra per spostare lo sguardo da ore 12 ad un punto in alto nel cielo cercando di girare la testa il più possibile verso le ore 18: l’angolo formato dallo sguardo e dal terreno deve essere di 60° - 70°.


 


Questo unico movimento del corpo, e precisamente della sola testa, che potrebbe apparire insignificante, ha un’importanza fondamentale per la buona riuscita di tutta la successiva sequenza del lancio: lo sguardo puntato in alto a guardare il cielo con un angolo di 60°-70° guiderà in modo magico tutto il resto dei movimenti del nostro corpo quando richiameremo la canna per catapultare il piombo. Braccia, busto, gambe e canna faranno una traiettoria obbligata per il solo fatto che il nostro sguardo è già puntato in quella direzione; anche il piombo farà una parabola ideale perché abbiamo puntato lo sguardo in quella direzione verso l’alto e seguirà con assoluta precisione la linea del bersaglio, che sarà perfettamente perpendicolare alla spiaggia.
Dopo aver spostato la testa, tutto ciò che è dietro la nostra nuca (corpo, braccia, gambe e canna) deve rimanere perfettamente immobile nella stessa identica posizione in cui l’abbiamo lasciato prima di girare la testa: questo primo movimento consiste infatti nel solo spostamento della testa.

Secondo movimento. In questo secondo movimento dell’azione del lancio, lo spostamento delle braccia, delle gambe e del busto sono simultanei, anche se dalla descrizione possono sembrare consequenziali: tenendo il braccio sinistro sempre disteso al massimo e più in alto di quello destro, tiriamo con la mano sinistra il calcio del pedone facendo compiere al pugno sinistro un ampio semicerchio dal basso verso l’alto sino a portarlo davanti al nostro sguardo (che non deve mai spostarsi da quel punto del cielo)
 


Contemporaneamente spingiamo la canna con il pugno destro dalle ore 13 alle ore 21 e progressivamente dal basso verso l’alto: in pratica il braccio funzionerà come una catapulta ‘rotatoria’, spingendo la canna in avanti  e facendo strisciare il piombo al suolo
 


Contemporaneamente i piedi ed il busto verranno ruotati gradualmente verso sinistra; il busto, che era leggermente chinato in avanti, comincerà a sollevarsi ed il peso del corpo comincerà a trasferirsi dalla gamba destra alla gamba sinistra.


Tutti i movimenti non vanno compiuti bruscamente ma con lentezza (in modo però continuo e non a scatti). Ripetere più volte il secondo movimento (senza chiudere il lancio) per imparare a controllare la velocità ed a imporci movimenti lenti ma continui.

Terzo movimento. Quando la mano sinistra avrà oscurato il nostro sguardo (cioè quando verrà a trovarsi tra i nostri occhi ed il cielo), tiriamo con energia il braccio sinistro verso il basso in direzione della mammella sinistra e con il braccio destro spingiamo altrettanto energicamente la canna verso l’alto sino a portarla davanti al nostro sguardo (il pugno destro avrà preso il posto di quello sinistro davanti ai nostri occhi). Contemporaneamente busto e gambe avranno ruotato quasi automaticamente di fronte al mare (facendo i movimenti di cui sopra con le braccia, il busto e le gambe saranno praticamente costretti a ruotare) ed il peso del corpo si trasferirà completamente sulla gamba sinistra. La canna si sarà posizionata automaticamente con un alzo di 60° - 70° (le prime volte avremo la tendenza ad abbassare la canna quasi parallela al suolo, mentre invece dobbiamo bloccarla quando ha un’inclinazione di 60° - 70°). Solleviamo il pollice dalla bobina per far andare il filo ed attendiamo che il piombo, dopo aver percorso tutta la parabola, raggiunga il bersaglio. Non appena il piombo tocca acqua (o appena subito prima), stoppiamo la bobina premendo il pollice su di essa. Questo terzo movimento prende il nome di chiusura del lancio
              


Abbiamo iniziato con il piombo posizionato alle ore 13: continuiamo ad allenarci mantenendo questa posizione sino a quando non avremo assimilato completamente il ground: quello che ci interessa al momento, infatti, non è fare distanza ma solamente imparare alla perfezione tutti i movimenti. Solo quando il lancio diventerà perfetto e confermato per più e più giorni di seguito, potremo passare a posizionare il piombo alle ore 14 ed infine alle ore 15, posizione in cui la canna acquista una grande potenza e la restituisce con un lancio più lungo..

Errori che possono verificarsi nel ground:
Tiro verso destra: il drop è troppo corto.
Tiro verso sinistra: il pugno sinistro è stato portato davanti al nostro sguardo con troppa velocità ed il braccio sinistro non è stato tenuto disteso.
Tiro basso: lo sguardo non era nella posizione di alzo di 60° - 70°, ma è stato tenuto basso.
Tiro corto e verso sinistra: durante la rotazione delle braccia dalle ore 13 sino alle ore 21 queste vanno tenute basse per poi sollevarle progressivamente dopo le ore 21 sino alla chiusura del lancio. Se il tiro è stato corto ed è andato a sinistra, le braccia sono state sollevate in modo brusco tra le ore 13 e le 21.
Tiro troppo alto: il drop non è stato tenuto sempre disteso e in qualche fase del lancio si è allentato (cioè i nostri movimenti non sono stati fatti in modo continuo ma a scatti).

Naturalmente è necessario integrare quanto qui illustrato visionando più è più volte qualche buon filmato (non è necessario che siano molti, ne bastano uno o due da visionare però di frequente).


Il pendulum - Assimilato il ground? Siete già passati al livello 3 (piombo a ore 15)? Bene, adesso siete pronti ad affrontare il pendulum, cioè il lancio con il piombo in sospensione.

Ridisegniamo ancora il famoso orologio e posizioniamoci davanti alle ore 18, spalle al bersaglio e sguardo alle ore 12 e prepariamoci al lancio. Attenzione: se nel settore tra le ore 12 e le ore 18 (cioè alla nostra destra) sono presenti spettatori o autovetture (anche in lontananza), fateli spostare nel settore opposto, perché se dovesse rompersi lo shockleader o sganciarsi il piombo, le conseguenze potrebbero essere disastrose!
La fregatura è quando a pesca ci sono altri pescatori nelle vicinanze: appena ci vedono pendolare, ci chiederanno gentilmente di cambiare spot…
    
Entriamo nel cerchio e posizioniamoci al centro, col bacino e le spalle disposti parallelamente alla linea d’asse ore 14-20 e sguardo verso le ore 23: piede destro leggermente in avanti rivolto a ore 12 e piede sinistro leggermente indietro e rivolto alle ore 22
 


Teniamo il braccio destro piegato a 90°, con l’avambraccio rivolto in alto: il gomito è all’altezza della spalla ed il pugno è più alto della testa.

Teniamo anche il braccio sinistro piegato a 90°, rivolto verso il basso, staccato dal corpo e con l’avambraccio parallelo al suolo.

La canna, con la punta in alto, è in posizione verticale.

La lunghezza del drop è quella che porta il piombo alla stessa altezza del pugno destro. Il piombo è fermo e ci sfiora il pugno.

Spostiamo lo sguardo dalle ore 23 alle ore 13: il nostro compito sarà quello di far abbassare la punta della canna verso le ore 13 e di fare avanzare il piombo sospeso sempre in quella direzione (1° movimento)



1° movimento: avanzamento del pendolo.

1. Tenendo il braccio destro immobile in quella posizione come se fosse ingessato e tenendo sempre la canna in verticale, solleviamo bruscamente la mano sinistra (che si trova all’altezza dello stomaco) in alto sul petto per far inclinare la canna verso le ore 13 in modo che il piombo si  allontani dal pugno destro (il pugno destro funziona da fulcro per la canna):
 


Quando il piombo si trova a circa 90-100 cm dal pugno, riabbassiamo bruscamente la mano sinistra nella posizione iniziale all’altezza dello stomaco (imprimiamo cioè una spinta verso il basso sul calcio del manico). Questo gesto deciso fa pendolare il piombo verso le ore 13, allontanandolo definitivamente dal pugno destro
 


2. A questo punto richiamiamo nuovamente e bruscamente la mano sinistra all’altezza del petto e contemporaneamente distendiamo completamente il braccio destro, immobile sino a quel momento: braccio destro e canna devono trovarsi paralleli al suolo. Questa azione carica il piombo di energia, facendolo avanzare verso le ore 13 e facendogli superare il cerchio del quadrante: piombo, drop e canna vengono a trovarsi perfettamente allineati
 


Dobbiamo assolutamente allenarci a fare in modo che il piombo non risalga troppo ne che rimanga troppo basso: non deve salire più in alto della linea orizzontale del nostro sguardo, ma non deve starne neanche più in basso se non di pochissimo. La situazione ideale che dovrebbe crearsi è: braccio destro completamente disteso e parallelo al suolo, con la canna come se fosse un suo prolungamento e quindi anch’essa parallela al suolo e con il drop perfettamente in linea con la canna e quindi anch’esso parallelo al suolo
 


Anche qui dobbiamo inoltre assolutamente allenarci, nella primissima fase, a fare in modo che il primo richiamo della mano sinistra non allontani il piombo dalla mano destra più di un metro. Queste due imposizioni sono fondamentali per il proseguimento del lancio, per cui, prima di passare al secondo movimento, ripetiamo tutta l’azione più e più volte sino a quando non diventi per noi un’azione spontanea (diceva il nostro famoso amico “Rigoletto”, quando in 4 o 5 ci allenavamo  in un campo sotto un sole spacca cervello, << deve diventare spontaneo come bersi questa lattina di birra ghiacciata >>, e a forza di ripetercelo per farci capire meglio il concetto a metà mattina si era praticamente già scolato tutte le lattine compreso le nostre, svuotando il contenitore frigo…).

2° movimento: richiamo del pendolo. Siamo nella posizione in cui canna e drop sono distesi ed allineati su uno stesso piano parallelo al suolo, braccio sinistro ripiegato su se stesso, braccio destro completamente disteso e testa e sguardo puntati sulla punta della canna.  Mantenendo il braccio destro sempre lungo disteso, solleviamolo lentamente tutto in alto sino a portare la canna, con la punta in alto, completamente in posizione verticale. Contemporaneamente distendiamo il più possibile il braccio sinistro in basso e davanti a noi: entrambe le braccia, ben distese, devono mantenere la canna alta, perfettamente verticale e il più lontana possibile dal corpo.  Durante tutta la fase di risalita della canna, testa e sguardo devono sempre seguirne la punta
 


Questo richiamo della canna da orizzontale a verticale avrà come conseguenza il richiamo del piombo, che quindi effettuerà la pendolata di ritorno, supererà il nostro corpo ed andrà a raggiungere un punto in alto dietro le nostre spalle, nascosto alla nostra vista.
Nelle fasi iniziali di apprendimento, è meglio guidare questa pendolata ‘a salire’ in modo che il piombo oscilli lungo un asse “corto” (ore 13-17), anziché lungo un asse più ampio (come ore 13-18, ore 13-19 o più), in modo da poter caricare la canna con meno difficoltà quando passeremo ai movimenti successivi
 



 
3° movimento: abbassamento della canna. Se ci facessero una foto mentre siamo a metà strada tra il momento A ed il momento C (cioè quando siamo al momento B)
 


l’istantanea ci mostrerebbe in questa situazione: braccio destro disteso alto, braccio sinistro disteso basso davanti a noi, canna con la punta in alto e perfettamente verticale, testa e sguardo rivolti in alto sulla punta della canna e piombo che è a metà della sua corsa tra il suo punto più basso (A) e quello più alto (C).
 
Il Momento B è fondamentale perché è proprio a questo punto (cioè mentre il piombo sta ancora salendo ma non ha ancora raggiunto la sua posizione più alta) che dobbiamo iniziare una serie di spostamenti sincronizzati del nostro corpo:
 
1. lasciamo braccia e canna fermi nella posizione della foto
2. con movimenti lenti ruotiamo la testa verso sinistra  e puntiamo lo sguardo in alto nel cielo con un angolo di 60°-70° rispetto al suolo
3. contemporaneamente ruotiamo nella stessa direzione anche il bacino e la gamba sinistra, con il piede sinistro rivolto alle ore 20 o 19
4. nel frattempo che facciamo questi movimenti, il piombo avrà concluso la sua fase ascendente dietro la nuca, ed esaurita la sua forza di risalita resterà nella sua posizione alta per alcuni attimi in una fase di stallo (la canna sembra alleggerirsi tra le nostre braccia)
 


Il ruotare della testa, del bacino e della gamba causano il seguente spostamento quasi automatico delle braccia e della canna:

1. la mano sinistra, sempre col braccio tenuto teso, dalla sua posizione in basso si solleva sino alla stessa linea d’altezza in cui si trova la spalla
2. il braccio destro si ripiega su se stesso a 90° e si abbassa sino alla stessa linea d’altezza in cui si trova la spalla destra (ma col pugno più alto dell’orecchio)
3. la canna passerà dalla posizione verticale alla posizione orizzontale quasi parallela al suolo (il piombo è sempre nella sua posizione di stallo).
4. anche se abbiamo ruotato bacino e gambe verso sinistra, non ruotiamo però anche le braccia in quella direzione, ma teniamole sempre nella stessa direzione che avevano prima di ruotare il bacino (in pratica dobbiamo ruotare verso sinistra testa, bacino e gambe ma non le braccia)
5. quando la canna si è messa quasi parallela al suolo, ruotiamo ancora di più la testa verso sinistra (notate come ora la testa ruota con minor fatica?), con lo sguardo sempre in alto, sino a raggiungere la direzione delle ore 18, proprio perpendicolarmente al mare
6. contemporaneamente ruotiamo ancora il bacino verso sinistra e posizioniamo definitivamente il piede sinistro in direzione delle ore 18. Automaticamente anche il piede destro avrà abbandonato la direzione delle ore 12 per posizionarsi in direzione delle ore 22.
 
Da mettere a fuoco: il passaggio della canna dalla posizione verticale a quella orizzontale non è assolutamente comandato dalla nostra volontà, ma avviene in modo completamente meccanico a causa della rotazione della testa, del bacino e della gamba. Se c'è anche un minimo di forzatura nel far cambiare posizione alle braccia e alla canna, il lancio è destinato a fallire.

A parte la rotazione verso sinistra di testa, bacino e gambe, le braccia non devono ancora assolutamente ruotare per seguire testa, bacino e gambe.
Fotografiamo la situazione:
- viso in direzione delle ore 18 ma con lo sguardo puntato in alto con un angolo di 60°-70°
- stomaco rivolto a ore 20 e quindi schiena rivolta a ore 14
- piede sinistro rivolto a ore 18 e piede destro rivolto a ore 22
- braccio sinistro completamente disteso col pugno sinistro che si trova sulla stessa linea d’altezza dell’orecchio destro
- braccio destro dietro la nostra nuca, alto e piegato a formare un angolo di 90° con la spalla destra, col pugno destro alla stessa altezza del pugno sinistro
- canna parallela al suolo lungo l’asse ore 14-20
- drop disteso col piombo in alto in fase di stallo lungo l’asse ore 13-17
 


4° movimento: chiusura del lancio. In questo movimento dovremo già sentire “odore di casa”, in quanto abbiamo già assimilato il ground, e quindi l’azione dovrebbe essere facilitata. Tiriamo con la mano sinistra il calcio della canna facendo fare al braccio sempre disteso un ampio semicerchio sino a portare il pugno sinistro davanti al nostro sguardo che è puntato in alto nel cielo in direzione del bersaglio, con un alzo di 60°-to°. Il braccio sinistro parte da una posizione più bassa di quella del ground in quanto la canna non è obliqua al suolo ma parallela, però la velocità del richiamo deve essere maggiore in quanto il piombo non è poggiato al suolo ma è sospeso in aria in fase di stallo ed entro brevissimo tempo subirà la forza di gravità che lo farà precipitare al suolo, compromettendo quindi il lancio.

Non appena il pugno sinistro è davanti al nostro sguardo, richiamiamolo repentinamente sulla nostra mammella sinistra piegando con decisione il braccio, e contemporaneamente spingiamo col braccio destro sino a portare il pugno destro ad occupare il posto prima tenuto dal pugno sinistro, davanti al nostro sguardo. Teniamo la punta della canna con un alzo di 70° ed attendiamo che il piombo raggiunga il bersaglio
  


Errori più comuni che si verificano nel pendulum cast.

Il piombo tocca il suolo quando si chiude il lancio. E’ dovuto alla mancanza di sincronismo tra la velocità di oscillazione del piombo nella pendolata e la velocità di rotazione del corpo e delle braccia durante il 3° e 4° movimento: la velocità di oscillazione del piombo è superiore alla velocità di rotazione di braccia e corpo, per cui il piombo è salito nella sua posizione di stallo più velocemente di quanto non abbiamo fatto noi nel ruotare, per cui il piombo viene “agganciato” per essere catapultato quando già comincia a cadere per la forza di gravità anziché quando è ancora in fase di stallo. I rimedi sono: se riusciamo a ruotare il nostro corpo con calma, dobbiamo diminuire la velocità di salita del piombo sino alla sua posizione di stallo;  se non riusciamo a controllare la velocità di risalita del piombo e questa è veloce, dobbiamo aumentare la velocità di rotazione del corpo per agganciare il piombo prima che inizi la sua discesa.

Tiro a destra. E’ dovuto all’aggancio del piombo quando è ancora in fase di salita durante la pendolata: il piombo non è salito abbastanza dietro le nostre spalle, e ciò causa una tale pressione nel caricamento della canna che il nostro pollice non riesce più a trattenere il filo sino al momento opportuno per lo stacco, per cui lo stacco avviene prima. Quando questo capita, ci sembrerà che la canna pesi una tonnellata e la nostra rotazione subisce un contraccolpo tale che quasi non riusciamo a completarla. Questo inconveniente, insieme alla rottura del nodo dello shockleader, rende oltremodo pericoloso lo stazionamento di persone e cose nel settore destro dalle ore 12 alle ore 18.

A volte ci capiterà di sentire una forte resistenza nel trascinare la canna nel suo moto rotatorio, dandoci la sensazione che la canna sia caricata al massimo ed illudendoci quindi che il piombo verrà sparato chi sa a quale distanza, ma è solo un'illusione, appunto, perché in realtà il caricamento ideale della canna avviene invece quando avvertiamo solo una (relativa) leggera resistenza (dimostrazione di come la tecnica batta la forza bruta).

Tiro a sinistra. Può dipendere sia perché abbiamo ruotato il piede sinistro oltre le ore 18, sia perché il piombo, pur non toccando il suolo,  è stato agganciato in ritardo già in fase di discesa dalla sua postazione di stallo.

Rottura del nodo dello shockleader. E’ dovuto ad un allentamento del drop durante la fase di salita del piombo. Il piombo raggiunge la sua posizione più alta ma con il drop che non è completamente disteso (tra cimino e piombo si forma una vela). Quando richiamiamo il piombo per catapultarlo, la canna trova una specie di ‘vuoto’ dovuto alla vela del drop e quindi la canna distende di colpo il drop che era invece allentato. Questa distensione improvvisa provoca un tale contraccolpo da spaccare il nodo di giunzione tra filo e shockleader. Questa è anche la causa maggiore che spacca le canne, se queste non sono di ottima fattura o sono canne telescopiche o in tre pezzi non adatte al pendulum.

Tiro basso. E’ dovuto allo sguardo tenuto basso sull’orizzonte, che invece deve avere un alzo di 60°-70°.
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Risposta #6 il: Novembre 15, 2013, 17:39:18
I terminali - Per tutta la durata dell’apprendistato sui lanci ho suggerito di utilizzare un filo dozzinale del diametro 0.35 acquistando un grosso bobinone da pagare proprio due soldi, in quanto ci sarà un grande spreco di filo per le immancabili parrucche che si formeranno prima di acquisire una buona padronanza sulle canne, sui mulinelli e sui lanci stessi. Il diametro 0.35 è il diametro canonico che si usa a surfcasting in quanto rappresenta il giusto compromesso tra un diametro tutto sommato non molto grosso ed una robustezza necessaria per assolvere i compiti che è chiamato a svolgere (scalzare i piombi dal fondale, il recupero di prede di taglia elevata, la presenza di banchi di alghe vaganti, qualche lancio non proprio riuscito, ecc.).

Ma anche per il filo da utilizzare a pesca non dobbiamo proprio svenarci nell’acquistare fili costosi, in quanto il diametro 0.35 ha comunque un buon carico di rottura anche tra le marche che costano meno. Per fili più sottili è invece importante acquistare un filo di marca, in quanto un filo ordinario con diametro inferiore potrebbe regalarci sgradite sorprese.

Come shockleader personalmente utilizzo un multifibra del diametro dello 0.35 in quanto mi consente di utilizzare piombi da 8 once senza dover salire forzatamente di diametro, mentre se uso un nylon parto da un diametro minimo di 0.60 sino ad uno massimo di 0.80.
 
Per quanto riguarda gli ami, sono sufficienti 3 o 4 modelli anche se in varie misure che vanno dal N. 6 alla N. 7/0, e che consentono quindi di escare dal piccolo bibi ad un grosso filetto di muggine o un’intera seppia o ancora un pesce vivo. I modelli che uso a surf casting sono:
- Modello Aberdeen dal N. 6 al N. 2/0 per escare americano, cannolicchio sgusciato, bibi
- Modello Beak dal N. 2 al N. 4/0 per qualsiasi tipo di esca rivolta alla cattura di saraghi e orate, preferendo quelli con la punta cutter point
- Modello O’ Shaughnessy dal N. 2 al N. 7/0 per i filetti
- Modello Gorilla dal N. 4/0 al N. 7/0 per il vivo
 


I terminali sono di solito mono-amo, ma nella pesca indirizzata ai saraghi e in circostanze di mare particolarmente turbolento sono molto utili (e fruttuosi) i terminali bi-amo a bracciolo corto.
E’ sempre meglio allestire un terminale utilizzando un trave dotato di snodi e con piombo fisso a valle del terminale.
Il terminale mono-amo più noto è il long arm, anche se le condizioni migliori per usarlo sono con un mare in scaduta, in quanto per la sua lunghezza è soggetto a grovigli a causa della turbolenza. In condizioni di scaduta avanzata da dei buoni risultati anche il doppio long arm (lungo sino a 3 mt), che con prede diffidenti come l’orata si dimostrano micidiali.

Collegando un long arm (da 150 a 200 cm) si può allestire sia un mini-trave che un trave classico da 180 cm, tenendo comunque presente che con il lancio pendolare è praticamente obbligatorio il bait clip da montare sullo shockleader (in caso si usi il mini-trave) oppure sul trave classico. Sui piombi dotati di long tail il bait clip si può montare anche sul piombo.
 
I diametri dei braccioli possono andare dallo 0.25 sino allo 0.70 (per l’esca con il pesce vivo).

Autocostruzione mini-trave in acciaio
 


Minitrave armato
 


Costruzione bait clip
 


Trave classico da 180 cm – Il diametro del trave deve essere identico a quello dello shockleader (p.e. 0.60 – 0.70 – 0.80). Se si usa lo shockleader in multifibra, anche il trave può essere in multifibra. Il nodino di stop delle perline può essere fatto con filo interdentale, multifibra, cordoncino per aggiustare le reti o qualsiasi altro tipo di cordoncino robusto e di diametro adeguato. Come nodo tra capocorda e trave si può usare il palomar.
 

 




Nodi

Asola
 


Nodino di stop
 


Nodi per occhielli
 


Nodi per shockleader
 

 

 

 


I piombi - Distinguiamo sostanzialmente due tipi di piombi: piombi da lancio e piombi da tenuta. I piombi che ci consentono di fare i lanci più lunghi hanno una forma ogivale e ne esistono in numerose fogge, mentre quelli da tenuta sono praticamente tre: piombo piramidale, piombo conico e piombo con rampini (spike)
 


Gli accessori.

Abbigliamento invernale – Dato che i lanci che faremo saranno il ground ed il pendulum, che praticamente impegnano tutto il corpo, l’abbigliamento ideale è quello che ci lascia la massima libertà nei movimenti pur dandoci la massima garanzia di riparo dalle intemperie. A contatto col corpo una maglia termica a collo alto, un paio di mutandoni lunghi termici, un paio di calze termiche ed in testa una ‘papalina’ di lana; all’esterno una comodissima tuta da dopo sci provvista di cappuccio ed un paio di stivaletti termici: non ci serve altro. Per risparmiare, la tuta va acquistata con i saldi di fuori stagione
 


Lampada frontale -  Ne esiste un’infinità di modelli. Questo è particolarmente potente:
 


Carrellino da spiaggia – Ne esistono vari modelli, anche con motore elettrico. Con un po’ di pazienza si possono autocostruire.
 


Picchetti, sedia, ecc. – I picchetti più leggeri sono quelli in alluminio, personalmente preferisco quelli in acciaio perché più robusti anche se più pesanti (tanto il trasporto lo fa il carrellino…). E’ molto utile anche una sedia da ‘regista’ ed un secchio munito di sagola. Non dimenticate mai il raffio a casa, e neanche il sacchetto per l’immondizia…
 



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olandesevolante

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Risposta #7 il: Novembre 21, 2013, 09:24:47
Gran bel post anche questo!! Esaustivo e spiegato in modo semplice! Non ho ben capito o quantomeno non sono in grado di valutare la spiaggia in base ai ciottoli. Nei due posti in cui vado spesso a pescare vi sono durante quasi tutto l'anno ciottoli medi. Adesso alla prima mareggiata in uno di questi posti il mare ha lasciato solo sabbia, nell'altro ciottoli misti a sabbia. So però per certo che il fondale è più basso nella zona dove adesso è rimasta solo sabbia. Devo dedurre che la mareggiata è una cosa a parte e scombussola anche il fondale?! 


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Risposta #8 il: Novembre 21, 2013, 12:00:38
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Gran bel post anche questo!! Esaustivo e spiegato in modo semplice! Non ho ben capito o quantomeno non sono in grado di valutare la spiaggia in base ai ciottoli. Nei due posti in cui vado spesso a pescare vi sono durante quasi tutto l'anno ciottoli medi. Adesso alla prima mareggiata in uno di questi posti il mare ha lasciato solo sabbia, nell'altro ciottoli misti a sabbia. So però per certo che il fondale è più basso nella zona dove adesso è rimasta solo sabbia. Devo dedurre che la mareggiata è una cosa a parte e scombussola anche il fondale?! 

Può capitare che al culmine della mareggiata nei fondali misti la sabbia venga 'risucchiata' al largo lasciando completamente scoperti i ciotoli, per poi ricoprirli parzialmente di sabbia durante la scaduta.
A seconda della potenza della mareggiata, certe spiagge cambiano completamente fisionomia da un anno all'altro, p.e. nella mia zona c'è una spiaggia che viene erosa per decine e decine di metri per poi non solo riformarsi l'anno successivo, ma addirittura di protendersi all'interno dell'acqua portando via spazio al mare, che si ritrae.
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